Commento al Vangelo della XXIII Domenica del Tempo Ordinario, a cura di Giulio Michelini

  • (Mt 18,15-20) – In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

La responsabilità comune

Tre sono i principali temi che percorrono il vangelo di questa domenica: la correzione fraterna, il potere della Chiesa di “legare” e “sciogliere”, la preghiera di intercessione. Siamo all’interno del quarto discorso di Gesù nel vangelo di Matteo, quello comunitario o ecclesiale. È nella comunità umana che si sperimenta il peccato commesso da un fratello (non quindi esattamente “una colpa”, come traduce invece il lezionario il v. Mt 18,15), è la chiesa che ha il potere di liberare chi è legato, ed è alla comunità dei credenti che viene affidata la sorte degli altri.

Il denominatore comune di questo vangelo sembra proprio essere quello della responsabilità ecclesiale. Non quella demandata agli altri, quanto piuttosto la corresponsabilità che lega tutti i battezzati.

La prima grave responsabilità riguarda, come detto, il peccato dell’altro. Chi assiste alla triste esperienza del vedere un fratello o una sorella sbagliare non può tirarsi indietro. Anzitutto deve “andare” (va’, Mt 18,15): abbiamo qui il verbo dell’impegno morale e dell’agire concreto, che troviamo in tante occasioni nelle parole di Gesù: «va’ a riconciliarti con il fratello» (Mt 5,24); «va’ per due miglia» con lui (5,41), «va’, vendi quello che hai…» (19,21), e così via. Dopo aver assunto l’impegno di andare fisicamente e psicologicamente verso l’altro, se si vuole aiutare chi pecca si deve farlo con discrezione; senza offendere, e con la carità di chi sa quanto sia facile incorrere nello stesso errore: «chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10,12). Il verbo ammonire che troviamo in Matteo al v. 18,15 è presente – ovviamente nel greco della Settanta – anche in Lv 19,17, quando si dice: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera (ammonisci, correggi) apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui». Rimproverare qualcuno per quanto ha fatto non deve essere espressione d’odio o d’ira, ma di compassione e comprensione.

Come un pagano e un pubblicano. Abbiamo a che fare qui con una situazione di una certa gravità, di un peccato importante, se addirittura è prevista una particolare cura, che però nel pensiero del Gesù di Matteo non sembra essere, come si potrebbe pensare, o come spesso è stato interpretato, l’espulsione dalla chiesa: «sia per te come un pagano o un pubblicano (= un esattore delle tasse)» (Mt 18,17). Gesù paragona chi ha peccato e non ascolta né i fratelli né l’assemblea, ai pagani e agli esattori delle tasse. Molti autori hanno compreso questa sentenza come una scomunica del peccatore, ma questa ipotesi non è dimostrabile con nessun confronto con fonti qumraniche o rabbiniche. L’endiade «il pagano e l’esattore delle tasse», tra l’altro, si trova solo qui in tutto il Nuovo Testamento. Guardando al contesto socio-culturale del giudaismo del primo secolo, si può notare che: a) i pagani non erano mai disprezzati, e anche se a volte ci si riferiva a loro in modo dispregiativo (cfr. «cani»: Mt 15,6), si onoravano coloro che, come il suocero di Mosè, Ietro, o altri ancora, seguendo i sette precetti noachici (Giubilei 7,20; cf. At 15,20) potevano essere salvati; b) gli esattori delle tasse erano visti alla stregua di ladri, briganti, omicidi e peccatori, e come gli usurai e i pastori – secondo la Mishnà – non potevano essere ammessi a testimoniare in tribunale. Guardando invece al Primo vangelo, si deve ammettere che Gesù non ha chiusure verso nessuna di queste due categorie: a) certo, Gesù non va a cercare i pagani, ma quando li incontra apprezza la loro fede (cf. Mt 8,10; 15,28) e invierà anche a loro, infine, i missionari (cf. Mt 28,19-20); b) il maestro condivide la mensa con gli esattori delle tasse (cf. Mt 9,10) ed è in amicizia con essi (cf. Mt 11,19); parla di loro come di quelli che – insieme alle prostitute – entreranno per primi nel Regno (cf. Mt 21,31b-32). Uno di loro, poi, Matteo, è del gruppo dei Dodici (cf. Mt 10,3). Si può dunque giungere alla conclusione, con Nicoletta Gatti, che Gesù con questo suo detto sta invitando i suoi a superare nella logica del perdono ogni espulsione, sulla base di una giustizia superiore: «in quest’ottica pubblicani e gentili sono “piccoli” che Gesù è venuto a cercare», quelli cioè che più di tutti hanno bisogno di quella misericordia che vuole Dio (cf. 9,13: «Misericordia voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»). Essere come un pagano e un esattore delle tasse – in quanto categorie deboli, non perché bambini, ma perché peccatori – significa essere al centro della cura del maestro, il quale vuole che la Chiesa faccia altrettanto. L’interpretazione della Gatti è alquanto interessante, anche se forse deve essere affiancata a quella antica (addirittura coeva o di poco posteriore a Matteo), a cui si accennava, che la Didachè sembra dare del testo matteano: «Correggetevi [elégchō, come in Mt 18,15] a vicenda non nell’ira, ma nella pace, come avete nel vangelo: e a chiunque abbia offeso il prossimo nessuno parli, né sia ascoltato da voi fino a che non abbia cambiato mentalità [«non si sia ravveduto»: metanoéō]» (15,3). Qui sembra che la misericordia verso il discepolo peccatore debba essere accompagnata anche dalla severità degli atteggiamenti, fino al punto da non parlare all’altro: sempre, però, per ottenere il risultato del suo ravvedimento e del suo ritorno nella comunità.

È comunque in questi versetti che troviamo una delle due occorrenze della parola greca ekklesía dei vangeli, anche se il lezionario, dalla traduzione ufficiale CEI, preferisce tradurre diversamente, con “comunità”. Nelle domeniche scorse si è letto dell’occorrenza nelle parole di Gesù rivolte a Pietro («Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa»; Mt 16,18), ebbene, nel nostro testo Gesù dice: «se non ascolterà neppure loro, dillo alla chiesa; se non ascolterà la chiesa…». Nel linguaggio di Matteo chiesa significa la comunità, la chiesa locale, e allude ad una parola aramaica (qahal) che intende proprio il gruppo di fedeli radunati nella sinagoga. Nella Bibbia è Israele, anzitutto, la chiesa di Dio. Ora, è la chiesa a cui appartiene la persona che sbaglia, a doversi fare carico del peccato: è alla chiesa che spetta l’ultima parola, ed è a questa che è lasciata l’ultima possibilità di aiutare l’altro a salvarsi.

Legare e sciogliere. Ed ecco che in questa occasione ritornano quei verbi, “legare” e “sciogliere”, già incontrati nel brano della confessione di Pietro a cui si alludeva sopra. Nella tradizione cattolica i nostri verbi sono stati soprattutto applicati alla dimensione sacramentale del perdono (si veda, ad es., il Catechismo universale al par. 553: «Il potere di legare e sciogliere indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno»), ma la frase che in Mt 16,19 era rivolta, al singolare, al solo Pietro, ora è invece al plurale e coinvolge tutti i membri della chiesa. Tutti i credenti hanno ricevuto il potere e il dono della riconciliazione, che poi si mostrerà in modo sacramentale; tutti si devono sentire responsabili della conversione dell’altro, perché a tutti è affidata la possibilità di sciogliere o di lasciare legato. Non si può semplicemente delegare, quando è in gioco la sorte di chi ci sta vicino. Un gesto d’amore può davvero liberare dai peccati.

Ecco allora che la chiesa non può non ricorrere anche alla preghiera comune per intercedere a favore di chi sbaglia. Gesù risorto è presente in mezzo a coloro che lo invocano: è la sua ultima parola e la sua ultima promessa nel vangelo di Matteo: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La sua presenza garantisce che egli ascolterà quelli che sono concordi nel domandare qualcosa. Per pregare, dice Gesù, bisogna volere la stessa cosa: il verbo symphōneō, che tanto ricorda l’accordo degli strumenti nell’esecuzione di una musica, spiega che bisogna accordarsi per ottenere. Ancora una volta, alla comunità dei credenti è dato il potere di “sciogliere”, di aiutare chi è nel bisogno, esprimendo così compiutamente la più grande carità. Non quella compiuta nel segreto («Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra», Mt 6,3), ma quella di cui oggi c’è forse più bisogno, la carità della responsabilità comune e della corresponsabilità ecclesiale.

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