Commento al Vangelo della XX domenica del Tempo Ordinario (Mt 15,21-28), a cura di Giulio Michelini

– In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

Gesù, gli stranieri e la donna Cananea

Gesù si ritira ancora, come era già avvenuto altre volte in momenti cruciali e difficili della sua missione. L’allontanarsi di Gesù (la reazione al fatto che i farisei si sono scandalizzati delle sue parole? Vedi appena sopra, Mt 15,12), non gli impedisce però di fare degli incontri significativi. La scena matteana della donna cananea con la figlia indemoniata è molto diversa da quella narrata in Mc 7,24-30 (Luca non conosce la scena e non ha la pericope): in Matteo è una cananea, ovvero appartenente a un popolo tradizionalmente nemico di Israele, mentre in Marco una donna greca (cioè pagana) e sirofenicia (cioè straniera); in Matteo la donna si rivolge a Gesù chiamandolo «figlio di Davide» (15,22), appellativo assente in Marco; in Matteo i discepoli vogliono allontanarla (cf. 15,23), e in Marco questo non è detto; in Matteo Gesù parla della fede della donna (cf. 15,28), ma questo dettaglio è assente in Marco.

La scena di 15,21-28 richiama per diversi punti un’altra “ritirata”: quella di Elia il Tisbita (cf. 1Re 17). Il profeta si reca nella fascia costiera tra Tiro e Sidone, a Sarepta, per sfuggire dal re al quale aveva predetto l’arrivo di una carestia. Il Signore gli aveva detto che in quella terra avrebbe trovato una vedova che l’avrebbe sostenuto, e così avviene. Secondo la tradizione giudaica, la vedova però non era pagana, ma della tribù di Asher, mentre il defunto marito era di quella di Zabulon. Il figlio di lei, guarito da Elia, sempre secondo la tradizione giudaica, era il profeta Giona. Per certi versi, anche quella donna che si avvicina a Gesù non sembra straniera; anzi, essa si comporta in parte come un’ebrea. Chiama infatti Gesù «figlio di Davide», che è il titolo cristologico con cui Matteo apre il suo vangelo (1,1: «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo»), ed oltre ad essere l’appellativo che gli viene dato dalle folle, è il modo in cui viene chiamato dai ciechi ed è usato sempre in relazione a miracoli o esorcismi (vedi Mt 9,27-34). La cananea è dunque l’unica non ebrea in Matteo a usare questo titolo per Gesù, ma non si vede come potesse comprenderne il significato, a meno che non si voglia leggere questa espressione nel senso che già aveva per i due ciechi (i quali, forse, facevano riferimento alle capacità terapeutiche che si credeva avesse re Salomone, il «figlio di Davide»), oppure vedere in questa donna una prefigurazione dei pagani che arriveranno alla fede in Gesù – al modo in cui nella genealogia già altre donne, tra le quali le cananee Tamar e Racab, anticipavano (vedi Mt 1,2-17).

Gesù è colpito e convinto dalla fede della donna, nonostante le obiezioni che avanza per ben due volte. A nostro avviso esse non hanno come scopo il “mettere alla prova” la Cananea: Gesù, «inviato» (Mt 15,24, è un passivum divinum, un verbo cioè che presume come agente Dio stesso) alle pecore perdute di Israele (espressione esclusivamente matteana, già in 10,24) sta piuttosto impartendo un insegnamento ai suoi discepoli, con il quale dice di non aver intenzione di dedicarsi ai gentili; se questo avviene – l’altra eccezione, quella del figlio del centurione di Cafarnao (cf. 8,5-13) – è solo quando sono i pagani ad avvicinarsi a lui, e in tutti e due i casi, poi, la guarigione avviene “a distanza”.

Compiuto questo miracolo, Gesù ritorna – secondo Matteo – nella sua terra, terminando così la parentesi fuori dalla terra d’Israele. Anche se il racconto della fede della Cananea è un episodio importante, l’ipotesi di una missione di Gesù tra i pagani, nel primo vangelo, deve essere accantonata: proprio mentre Gesù guarisce la figlia della Cananea, ribadisce di essere stato inviato per la sua gente. Resterà da capire perché Gesù sia uscito dalla terra per recarsi nella regione di Sidone. O si decide (è il parere di diversi commentatori) che Gesù non sia mai uscito da Israele (quella regione era comunque dentro il territorio “ideale” di Israele), oppure si sceglie che l’abbia fatto per cercare gli ebrei dispersi nella diaspora, o per una ragione che i vangeli non ci dicono.

In ogni caso, Gesù ha potuto appurare, anche in quel territorio, che la fede di chi non vive nella sua terra può essere davvero grande, e che il regno di Dio supera ogni confine: il contrasto con la scena precedente non poteva essere più forte, perché mentre i farisei non hanno creduto in Gesù (15,12), una Cananea crede in lui. La missione ai gentili comincia a configurarsi, anche se partirà solo dai suoi discepoli (cf. 28,19-20), ai quali prima Gesù in persona l’aveva vietata (cf. 10,5).

 

 

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