Commento al Vangelo della XIV domenica del Tempo Ordinario (Mt 11,25-30), a cura di Giulio Michelini ofm

Il giogo. Nella tradizione rabbinica indicava il portare il peso della Legge. La Torà “di Mosè” è definita nella tradizione giudaica antica come il “giogo” che l’ebreo accetta di portare per servire Dio. Il confronto con l’Etica dei padri, 3,6 illumina le parole di Gesù: «Se qualcuno prende su di sé il giogo della Torà, allora quello del governo e delle responsabilità del mondo gli vengono tolte», a significare che coloro che si dedicano alla fatica di studiare e vivere la Torà sono sollevati dalle preoccupazioni mondane.

– In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Gesù mite ed umile

Il lezionario salta tutta la sezione dedicata da Matteo al rapporto di Gesù col Battista e al fallimento della predicazione nelle città di Corazin e Betsàida (Mt 11,1-24), e riprende con cinque versetti che ci portano alla fine del capitolo undicesimo. Possiamo dividere il nostro brano in tre parti. La prima (11,25-26) può essere intitolata la rivelazione ai piccoli; ad essa segue un versetto sulla conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio, e infine nei vv. 28-30 Gesù invita i discepoli a seguirlo.

Gesù apre la bocca per parlare e benedire il Padre. Ed è paradossale che questo avvenga in un momento difficile, anzi proprio in risposta all’incredulità di quelle città della Galilea che non hanno accolto l’opera che Gesù ha lì compiuto, e raccontata nei versetti immediatamente precedenti a quelli che stiamo leggendo. È ovvio che Gesù non sta ringraziando il Padre perché le città dove ha predicato «non si erano convertite» (11,20): la ragione della sua “confessione” (dal verbo exomologeo, confessare, lodare) è data dal fatto che la rivelazione è comunque accolta, ma dai “piccoli”. Anche l’Apostolo Paolo avrà avuto occasione di sperimentare la stessa incomprensione di Gesù, come apprendiamo da quanto scrive in 1Cor 1,19, citando Is 29,14: «Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti». L’Apostolo non parla del dono dell’intelligenza in generale, quasi fosse da disprezzare l’uso della ragione, ma dell’incompatibilità tra la sapienza che il mondo crede di avere e quella di Dio, sapienza, quest’ultima, che si è espressa nella “logica” inaccettabile della croce.

Dio infatti agisce in un altro modo: «grande è la sua misericordia: agli umili svela i suoi segreti» (Sir 3,10, testo ebraico). Chi sono dunque i sapienti e gli intelligenti che non si aprono a Dio? E i piccoli? Una particolarità grammaticale ci aiuta a caratterizzare il nostro versetto: come ha spiegato bene Bonaventura Kim in una ricerca dedicata a Gesù mite e umile di cuore (Roma, PUG 2005), i termini sapienti e intelligenti e piccoli sono usati nel testo greco senza l’articolo. Dovremmo allora tradurre meglio: “… perché hai tenuto nascoste queste cose a sapienti e intelligenti e le hai rivelate a piccoli”. La mancanza dell’articolo sottolinea la qualità piuttosto che gli individui: tutti possono rivestire questo ruolo, magari a volte riuscendo ad essere “piccoli”, altre volte, purtroppo, credendosi invece intelligenti. Nel Primo Vangelo «l’opposizione antitetica tra i sapienti e i piccoli suscita l’attenzione del lettore, che ricorda come lungo tutto il racconto venivano presentati gruppi contrapposti: Erode e tutta Gerusalemme rispetto ai magi (2,1-12); i farisei e i sadducei rispetto a Giovanni (3,7-12); i falsi profeti rispetto ai veri discepoli (7,15-27); i farisei rispetto ai pubblicani e i peccatori (9,9-13). Insomma, nel contesto matteano i piccoli – opposti dei sapienti e intelligenti – possono essere considerati come i destinatari del vangelo di salvezza, coloro che credono e accettano Gesù Messia e il Regno di Dio proclamato da lui» (Kim).

Dopo aver spiegato, ai vv. 25-26, che Dio rivela i suoi misteri a questi, Gesù continua parlando di sé come il piccolo e umile attraverso il quale passare per conoscere la sapienza di Dio. Gesù nel Vangelo di Matteo infatti è il mite per eccellenza: l’aggettivo mite viene usato solo qui in tutto il Nuovo Testamento (eccetto 1Pt 3,4), e Matteo, tra gli evangelisti, presenta chiaramente la mitezza non solo come una beatitudine (Mt 5,5), ma soprattutto come una qualità di Gesù (11,29; 21,5). Gesù da Matteo viene dipinto come il Messia-Servo obbediente a Dio, mite e misericordioso verso i piccoli. Ciò si coglie particolarmente nell’episodio dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme: lì Matteo descrive l’avvenimento attraverso la citazione diretta del profeta Zaccaria sul re mite (21,5), e questo testo è il punto di arrivo del ministero di Gesù in preparazione alla sua passione.

Gesù può essere descritto come mite ed umile perché questi caratteri erano radicati nella tradizione ebraica: così infatti erano pensate figure come Mosè, Davide, Isaia, Zaccaria. Matteo ama sottolineare queste prerogative del Messia in dialettica con altri messianismi che vigevano al tempo di Gesù: egli non sarà un politico o un guerriero vittorioso, e nemmeno un potente sacerdote o un profeta che arringa la folla. La sua personalità profonda è quella del Servo obbediente: nondimeno, anche se diversamente da come se lo potevano immaginare, anche in questo modo Gesù è veramente il Messia.

Dobbiamo imparare dal Figlio Gesù, che non si è lasciato abbattere dagli insuccessi e dalle incredulità che ha incontrato, ma ha avuto la forza per benedire il Padre. Così possiamo fare anche noi. Se riconosciamo i nostri limiti e le difficoltà che non si possono negare e che fanno parte della nostra vita e dell’essere cristiani, ancora di più non possiamo non riconoscere, o meglio, confessare, che l’opera di Dio non è mai vana, che Lui è più grande del nostro cuore e di ogni chiusura, e quindi deve essere benedetto.

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