Commento al vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario, a cura di Giulio Michelini ofm

– Mt 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

 

Gridatelo dai tetti

In questa domenica e nella prossima proclameremo parte di quel discorso di Gesù conservatoci dal Primo Vangelo definito “missionario” o “apostolico”, e che prende praticamente tutto il decimo capitolo (Mt 10,5-42). È il secondo lungo discorso del Vangelo di Matteo: inizia con la chiamata e l’invio dei dodici e si conclude con quella formula tipica che in Matteo troviamo sempre a conclusione di ogni discorso di Gesù: «Quando Gesù ebbe terminato di…» (Mt 11,1). Anche il Vangelo secondo Luca contiene le parole di questo discorso: segno che Matteo e Luca hanno probabilmente attinto ad una stessa fonte che invece Marco ha tralasciato o di cui non era a conoscenza.

Il segmento di oggi del discorso missionario riguarda due aspetti della missione: la paura nella persecuzione (10,26-31) e il riconoscere o rinnegare Gesù (32-33).

Dove viene annunciato il Vangelo, lì ci sarà opposizione da parte di qualcuno. È strano che nel nostro versetto 10,28 («Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima») non si chiarisca con precisione chi sono “quelli” che cercano di uccidere il corpo; anche prima, in 10,17, si parlava genericamente di “uomini” che consegneranno i discepoli di Gesù nei tribunali, e in 10,19 e in 10,23, ancora, il soggetto della persecuzione non è espresso chiaramente. Il Vangelo è scomodo e può sempre, in ogni tempo e in ogni contesto, portare alla morte di chi lo annuncia. All’inizio della storia della Chiesa, le parole di Gesù devono aver sostenuto i discepoli perseguitati dagli imperatori romani, ma ancora recentemente le vittime delle ideologie sarebbero capaci di spiegarci, con il loro martirio, il senso di questo discorso missionario. Ecco perché Gesù dice che se il prezzo da pagare per il Vangelo è a volte quello della vita, questa non viene mai tolta, ma, anzi, è data davvero: chi uccide il corpo non ha mai il potere di togliere anche l’anima.

Nel Vangelo, si diceva, c’è qualcosa di scomodo e di pericoloso. Quando il messaggio viene addomesticato, diventa innocuo e non serve a nulla, come il sale della terra può solo essere gettato. Di più: se la Parola di Gesù non viene gridata dai tetti, e non è detta apertamente, nella luce, non è efficace. Si può allora vedere, in queste parole, anche la persona stessa di Gesù, e anche il modo in cui Egli si è inteso come Messia. Gesù non ha mai avuto paura di dire le cose chiaramente, anche quando questo avrebbe potuto nuocergli. Il Vangelo di Giovanni ci spiega bene l’opera di Gesù, quando riporta la sua risposta al sommo sacerdote che lo interroga nel Sinedrio: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto» (Gv 18,20). Guai a noi se ritenessimo che le parole del Vangelo sono qualcosa di esoterico, un messaggio riservato a pochi iniziati che soli possono comprenderle e viverle: come Gesù ha parlato apertamente, anche la Chiesa ha il dovere di non tacere.

Può anche mancare il coraggio della testimonianza, come è già accaduto nella storia della Chiesa, con i lapsi, che durante le persecuzioni avevano sacrificato agli idoli per salvarsi la vita. Rinnegare Gesù, non riconoscersi più in lui e in quello che ha fatto, abbandonarlo, è spesso la soluzione più facile, un rischio per ogni cristiano, lo stesso che anche Pietro ha affrontato, fallendo. Il verbo usato in questa pericope, “rinnegare”, è proprio quello che dice ciò che Pietro ha fatto, negando di aver conosciuto Gesù (cf. Mt 26,70.72).

Gesù stesso è al centro del messaggio del Regno dei Cieli, quello che gli apostoli devono annunciare come ormai “vicino” (cf. Mt 10,7). La relazione con quel Dio del Regno che viene annunciato è possibile solo attraverso Gesù, scrive Matteo: rigettarlo, significa essere rigettati da Dio. «L’importanza della cristologia per Matteo è chiaramente evidente in queste frasi. Gesù è sia l’oggetto dell’annuncio missionario, e anche l’unico mediatore presso il Padre. Non esiste una zona di mezzo o “neutra”: o si è per Gesù, o si è contro di lui. I confini del giudaismo vengono qui oltrepassati, perché mai nessun profeta, o scriba, o rabbi, ha mai detto prima queste cose. Matteo ci mette continuamente davanti all’unicità di Gesù» (Hagner).

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