Commento al vangelo della VI domenica del Tempo ordinario (Mt 5,17-37), a cura di Giulio Michelini ofm

Károly Ferenczy, Il discorso della montagna (1896)

Mt 5,17-37

(In quel tempo Gesù disse:) “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.

 

Commento di Giulio Michelini

Siamo ancora nel contesto del c.d. discorso della montagna, il primo discorso di Gesù nel vangelo secondo Matteo. Dopo le Beatitudini, ecco che in questa domenica il Gesù del Primo vangelo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), che reggono tutta questa parte. Come presupposto di quello che si leggerà si devono tenere presenti almeno due elementi fondamentali. Il primo: la Legge o, in ebraico, Torà, è il dono più grande che Dio abbia fatto ad Israele. Con esso è data la possibilità agli uomini e alle donne che si affidano a Lui di vivere nella giustizia, conformemente alla volontà di Dio. Da questo punto di vista, non vi è alcuna opposizione tra Legge e Vangelo, e Gesù stesso può essere considerato come la Torà vivente. In questo senso, i toni che si possono trovare in alcune lettere di Paolo, come quella ai Galati, a riguardo della salvezza per le opere della Legge o per la fede, sono estranei al vangelo secondo Matteo, pensato per una comunità che non vuole staccarsi dal Giudaismo. Quello che Paolo dice va dunque visto in funzione dei lettori a cui si rivolge: pagani che, in quanto tali, non erano obbligati ad osservare la Legge, e quindi potevano entrare nell’alleanza con Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Il secondo elemento da tenere presente è che il Gesù di Matteo attualizza la Legge per renderne possibile la sua applicazione, e perché questa non rimanga lettera morta. Gesù, come vedremo subito, va al cuore della Legge, cogliendone gli elementi fondamentali che potrebbero sfuggire a chi la volesse osservare nella sua integrità.

Ai principi fondamentali di cui si è detto seguono sei casi concreti (sei esempi) di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («e io vi dico»). Noi evitiamo, con studiosi come Aaron M. Gale e altri ancora, a riguardo degli esempi presentati da Matteo in 5,21-48, di parlare di “antitesi”, e preferiamo l’idea di “attualizzazione” o, meglio, in senso ancora più tecnico, di “intensificazione” dei precetti, paragonabile a quelle previste nella Mishnà quando si deve “fare una siepe attorno alla Torà” (Mishnà, Avot 1,1). Il precetto deve essere custodito (protetto da una siepe), ma anche spiegato e arricchito (dalla Torà orale, quella che Gesù dà ora dal monte), perché sia vissuto da ogni generazione, tenendo conto dei cambiamenti. Per entrare in un caso semplice ma concreto: i rabbini avevano anche solo di maneggiare alcuni utensili in giorno di sabato (divieto non presente nella Torà, che in verità si limita a poche proibizioni per questo comandamento), per evitare che attraverso di essi si compisse un lavoro.

Il caso dell’omicidio in 5,21-25 è, a riguardo, illuminante. Gesù ovviamente non nega il comandamento ricevuto (e dunque, è forse meglio tradurre «e ora io vi dico», piuttosto di «ma io vi dico» o «e invece io vi dico», che può creare fraintendimenti), ma per evitare una potenziale interpretazione riduttiva, ne intensifica il valore considerando omicidio ciò che, strettamente parlando nella norma del decalogo (Es 20,13 TM), non lo è. Se nella Legge si dice “semplicemente” di «non commettere volontariamente un omicidio», per Gesù l’omicidio è anche trattare male il prossimo.

La procedura esegetica che il Gesù di Matteo adotta è rabbinica, ma il contenuto di quanto dice non sempre è in accordo con i farisei, come si può vedere a proposito della discussione sul lavarsi le mani in 15,1-20 e di quella sul divorzio (vedi commento a 19,3-12).

Gesù, dunque, bisogna ripeterlo, non abolisce la Torà, ma propone una giustizia più radicale di quella di scribi e farisei (5,17-20). Gesù è venuto a confermare la Torà, nel senso che ne rivela il significato pieno che corrisponde all’intenzione del “legislatore” (Dio stesso), conformemente a quanto ci si aspettava dal Messia. Ma questo non esclude che Gesù confermi la Torà in quanto la osserva pienamente, rinnovandola e trasfigurandola: «Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integrità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 578). La Torà viene riportata da Gesù alla sua finalità originaria, e gli esempi sui quali si esercita il Messia vogliono proprio mostrarne la possibilità: si veda quello visto sopra, col quale Gesù non intende in senso restrittivo l’omicidio, ma lo vede in ogni male fatto al fratello.

Se Gesù non contesta la Torà in sé, si deve piuttosto dire che l’evangelista Matteo è in polemica con alcune delle linee esegetiche rabbiniche a lui contemporanee, come si evincerà soprattutto dalle parole dure che Gesù rivolgerà ai farisei nel cap. ventitreesimo. Riprova ne è che per la questione sul divorzio, rispetto all’analogo racconto di Marco, Matteo farà intervenire Gesù nel campo dell’annoso dibattito sull’interpretazione di un testo del Deuteronomio, che al tempo divideva proprio i farisei. Ecco dunque il significato dei vv. da 18 a 20, in cui sono enunciati altri principi derivanti dal primo in Mt 5,17, e che si chiudono con l’indicazione su come i discepoli di Gesù dovranno interpretare la Torà, seguendo l’esempio del maestro: con un’ermeneutica che supera quella dei farisei e degli scribi – detentori, al tempo in cui Matteo scrive, dell’autorità sull’interpretazione – per evitare così i giudizi erronei in cui spesso questi incorrono (cfr. p. es. Mt 15,7; 22,18), e soprattutto per trovare e attuare il senso profondo della Parola di Dio.

Giulio Michelini ofm

1 Comment on "Commento al vangelo della VI domenica del Tempo ordinario (Mt 5,17-37), a cura di Giulio Michelini ofm"

  1. grazie

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