Commento al vangelo della V domenica di Pasqua (Gv 14,1-12), a cura di Giulio Michelini ofm

"Del luogo dove io vado, conoscete la via" (Gv 14,4)

– In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 

Un posto per vedere Dio

Gesù, nel discorso che secondo il vangelo di Giovanni tiene in occasione della sua ultima cena (capp. 13-17), prepara i suoi discepoli alla sua prossima assenza. Siamo all’interno di un vero e proprio “discorso d’addio”, paragonabile a quello di Giacobbe che prima di morire benedice i figli (cf. Gn 49) o a quello di Mosè (che poi è l’intero libro del Deuteronomio) che si congeda da Israele e lascia le consegne a Giosuè. Dopo la grande scena della lavanda dei piedi (13,1-20) e la predizione del tradimento di uno dei dodici (13,21-32), ecco che finalmente Gesù annuncia il suo ritorno al Padre (13,33–14,31).
I temi del discorso d’addio sono molteplici, ma in generale si può dire che Gesù parla della sua partenza in modo incoraggiante, promettendo di ricordarsi dei suoi discepoli e annunciando la venuta del suo plenipotenziario, lo Spirito, che agirà per conto suo in sua assenza.
Gesù deve tornare al Padre: da lui è venuto, e la comunione con lui è il suo ritorno. Ma poiché l’addio è comunque traumatico, ecco che Gesù deve insistentemente rassicurare i suoi e dar loro delle spiegazioni. Lo fa anzitutto dicendo loro che dove egli va troveranno rifugio anche i suoi. Senza indugiare in dettagli, Gesù spiega che quel rifugio non è anzitutto un luogo, ma una relazione: «la casa del Padre di Gesù è il regno di Dio» (F.J. Moloney), rappresentata mediante un «discorso figurato di un edificio» che però poi cede il passo subito alla «interpretazione simbolica della casa del Padre nel senso di unione permanente con lui attraverso Gesù. La partenza di Gesù, perciò, non deve rattristare i discepoli, ma rallegrarli, perché viene loro offerta la consolante possibilità dell’intima comunione con il Padre» (R. Infante).
In questa pagina del Quarto vangelo vi è anche una delle più belle forme di autorivelazione di Gesù («Io–sono»), quella in cui dice di sé di essere via verità e vita, la strada, cioè, per poter finalmente vedere il Padre.
Vedere Dio è il più grande desiderio dell’uomo. La richiesta che ascoltiamo rivolgere da Filippo a Gesù altro non è che l’esplicitazione della domanda profonda presente in ogni cuore. «Mostraci il Padre»: una volta fatto questo, “ci basta”; come a dire, che cos’altro dobbiamo attenderci dalla vita?
Le parole di Filippo ci riportano alla mente un altro episodio, un’altra richiesta, quella di Mosè che vuole vedere il volto di Dio. Nel libro dell’Esodo, al cap. 33, si racconta di Mosè che dice al Dio di Israele: «Mostrami la tua Gloria!» (Es 33,18). Il Signore risponde al suo profeta, ma senza poter soddisfare quanto gli chiede: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. […] Il mio volto non lo si può vedere» (Es 33,19-23).
La novità di Gesù, la risposta inaspettata data a Filippo, il punto capitale che distingue la nostra fede da quella di Abramo, ma che ad essa non manca di ricondursi, sta in queste parole: «Chi vede me vede il padre» (Gv 14,9; frase con due perfetti – tradotti da CEI alla lettera, «chi ha visto me, ha visto il Padre» –, ma che possono essere espressi anche con un presente: «chi vede»). E lo stesso concetto si ritrova in modo simile in uno scritto paolino: Gesù Cristo è icona (eikon: “immagine”) del Dio invisibile (cf. Col 1,15). Se il Padre non si mostrerà finché non saremo simili a lui, quando lo vedremo come egli è (cfr. 1Gv 3,2), Gesù invece si è già «fatto vedere» (cf. 1Cor 15,5) dagli uomini.
San Giovanni Paolo II nella sua enciclica Dives in misericordia (30 novembre 1980), al numero 3, scriveva: «Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. È quanto mai significativo che questi uomini siano soprattutto i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi della libertà, i ciechi che non vedono la bellezza del creato, coloro che vivono nell’afflizione del cuore, oppure soffrono a causa dell’ingiustizia sociale, ed infine i peccatori. Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene un segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre. In tale segno visibile, al pari degli uomini di allora, anche gli uomini dei nostri tempi possono vedere il Padre».

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