• 25 Ottobre 2021 16:03

La parte buona

QUELLA CHE ASCOLTA E METTE IN PRATICA LA PAROLA DI DIO

Commento al Vangelo della Solennità di Maria Santissima, Madre di Dio (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Di seguito, dopo una breve introduzione, presentiamo una lettura contestuale alla pagina del vangelo della Solennità, a cura di Mariateresa Zattoni, estratta dal volume: G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, I Vangeli dell’infanzia di Gesù. Lettura esegetica e relazionale familiare, San Paolo 2016, pp. 92-98.

Mentre si compie l’attesa della storia umana, sono anzitutto degli uomini umili ad accorgersi di quanto sta accadendo. Se Matteo porta alla casa di Giuseppe alcuni sapienti dall’Oriente, Luca parla di pastori, che erano in quella regione e, di notte, vegliavano facendo la guardia al loro gregge. Come tutti gli adulti maschi delle tribù degli ebrei, dovevano avere poca dimestichezza coi bambini, abituati com’erano a pensare che si trattasse di cose di donne. C’era poi una difficoltà oggettiva nelle parole dell’angelo, che invitavano ad entrare in una casa dove una puerpera aveva appena dato alla luce un figlio («Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»: Luca 2,12). Difficilmente un ebreo avrebbe osato entrare in un luogo dove una donna aveva partorito, secondo quanto è scritto nel libro del Levitico (12,2-5). Luca, in sintesi, ci dice che tanti ostacoli si oppongono all’invito dell’angelo. I pastori devono avere il coraggio di lasciare il gregge o di affidarlo ad altri; devono valutare antichissime regole di purità (che però non siamo certi venissero osservate da questa categoria di persone, ritenuta non osservante delle prescrizioni della Legge); devono, più di ogni altra cosa, perdere la faccia decidendo di andare a vedere un bambino. Forse perché i pastori, notoriamente, non erano in grado di osservare come richiesto le regole di purità, forse perché hanno assistito a un meraviglioso annuncio di gioia, sta di fatto che si fidano dell’invito dell’angelo. E rischiano, e vanno a Betlemme. I pastori assumono qui il ruolo dei credenti, a riprova che la teologia di Luca dedica un posto speciale ai poveri, agli umili, agli storpi, ai ciechi (cfr., per esempio, Luca 14,21). Solo questi sono capaci di accettare l’invito alla festa, gli altri sottovalutano la grande gioia di un incontro: alla grande cena preparata da Dio (Luca 14,14), aderiranno solo quelli che hanno fame, perché i sazi hanno già il loro succulento cibo pronto nelle loro case (Giulio Michelini).

 

Lettura contestuale familiare (Mariateresa Zattoni)

Celebrare il parto. La narrazione nei vangeli dell’infanzia non è una cronistoria, non ci sono stati reporter, spettatori; abbiamo invece testimoni, come vedremo. Ciò nondimeno Luca ci dice che questo della nascita di Gesù è un evento storico, a tutto tondo, non è un evento immaginato, spirituale (sarebbe una contraddizione in termini), un luogo dello spirito. È un evento della storia profana: accaduto sotto Cesare Augusto (imperatore dal 27 a.C. al 14 d.C.) in occasione di un censimento (il quale, dal punto di vista strettamente cronologico, dà del filo da torcere agli storici). Ciò che colpisce è questo «decreto» di un imperatore, il quale si crede in diritto di «censire l’intero mondo abitato». L’orgoglio del potere, nella pax romana: fermi tutti, uno solo comanda. Ma il censimento è solo un espediente per dire che i nostri due dovevano recarsi a Betlemme, città originaria di Davide? Forse qualcosa di più: ci dice non solo che Dio entra nella storia, che è «iscritto» in un registro, tra gli uomini, ma che Dio usa gli eventi della storia (senza interferenze da “nuvoletta”) per i Suoi scopi precisi. Che noi possiamo soltanto intravedere ex post! E forse un giorno sarà il nostro daffare in paradiso: «Ah, ecco perché!». Qui in questo andare a Betlemme, Maria (quindi il Bambino) si sta facendo «adottare» (Rossé) dalla casa, dalla famiglia di Davide; come sappiamo, lei è una che si lascia guidare.

Il testo non dice nulla delle tappe, degli scambi, dei contenuti di questo viaggio. Ma noi possiamo lavorare di fantasia, a partire dal nostro status di coniugi e genitori: sicuramente si saranno confidati il nome del nascituro, ma che cosa si saranno detti? Lei si sarà mostrata stanca, si sarà lasciata sostenere da lui? Il loro segreto, dopo aver deposto ogni dubbio e ogni risentimento, li avrà uniti di più? Lei gli avrà fatto toccare il ventre quando il bambino si muoveva? Avrà avuto paura per il fatto che il tempo del parto doveva cadere proprio lì, in quel territorio a lei straniero, lontano dalla sua gente, dalla comunità delle donne che si attiva durante un parto?

Siamo di fronte a un dato: dopo l’altissimo annuncio, la gestazione e via via tutte le tappe della maternità di Maria seguono la via normale, lei non ha sconti, non ha privilegi, in quanto «madre del Signore». Ed ecco, proprio lì «si compirono per lei i giorni del parto». Noi madri conosciamo le avvisaglie che manda il feto che vuole nascere, gli ultimissimi giorni/ore in cui è posizionato con la testina verso il basso e non si muove più, pare raccogliere le energie per l’uscita alla luce, per cooperare con le sue spinte. Ogni madre sa che questi sono giorni di compimento: il feto è giunto a maturazione, sta per accadere il nuovo. Ciò che auspichiamo è che la tecnica non venga a rubarci questo momento, questa percezione: (parto indotto, parto cesareo) se non nel caso di grave necessità per la salvaguardia fisica del neonato, non per sedare i momenti di paura/angoscia della madre. Non dobbiamo appropriarci dei momenti sacri della vita come quello del parto. Quando la madre sente che il bambino vuole nascere (tutto il sistema fetale spinge per l’uscita dall’utero, se vi rimanesse sarebbe ora esposto al pericolo, alla corruzione, alla non vita), lei dice: «Sì, ti metto alla luce, sì figlio, ti voglio come altro da me, non sono io la tua dimora definitiva».

E ciò comporta dolore, non solo fisico, ma una sorta di lasciar andare, di rinunciare alla gratificazione del pancione, un’uscita impotente da sé, un dono. Celebriamo la memoria del parto come ciò che ha a che fare con le origini, con il nuovo, con la gioia che dimentica il dolore. Se lo celebriamo, scopriamo che celebriamo l’altro, non noi stesse. Tutto l’opposto della lamentela sul travaglio, quando io madre vorrei per me esibirne le credenziali, fino a: «quanto ho sofferto per metterti al mondo!», «da quando sei nato tu… ho perso tutti i denti!». Celebriamo il fatto che il bambino è nuovo, non un mio/nostro prodotto, per quante ecografie abbiamo fatto… «Ma ha una voce da camionista!», diceva stupitissima una puerpera dopo dodici ore di travaglio, grata perché il piccolo fosse così vitale e… sconosciuto!

Il vero trauma. A Maria manca la consolazione delle altre donne di famiglia, ma ha la consolazione di Giuseppe, non relegato – a quanto pare – nel corridoio, come si usava una volta. E siamo stupefatti: il bambino crea intimità, vicinanza nuova. Ma per Maria e Giuseppe c’è una nuova prova, che difficilmente riusciamo a misurare, abituati come siamo alle parole del testo, divenute sbiadite nelle nostre sdolcinature. Ed è la patente contraddizione tra le parole dell’angelo: «concepirai un figlio… sarà grande… il suo regno non avrà mai fine» e questo parto non solo normale, ma disagiato, perfino per gli standard dell’epoca! Il figlio dell’Altissimo nasce in un posto dove non c’è posto; anche il termine che designa questo posto è di difficile traduzione. Molti esegeti propendono per pensare che la casa dei parenti, dove Giuseppe si è recato, abbia posto soltanto nella zona riservata agli animali, che di solito è la parte interna della grotta.

È lì che nasce il Figlio di Dio, dove niente è preparato per lui, per un parto, anche il più povero. Come mettere insieme (syn-ballein, nel greco del vangelo) le parole angeliche del grande evento per cui lei è la diletta, la riempita di favore, con un parto così disagiato? Non è questo un vero trauma, un ostacolo alla fede che Maria e Giuseppe hanno la grazia di superare?

Maria intanto offre al Bambino i gesti della cura, secondo la puericultura dell’epoca, in uso anche tra noi fino a non molto tempo fa: lo avvolge in fasce (anche mia suocera mi ha donato le «fasce di famiglia» quando mi sono sposata, in cui era stato avvolto il suo bambino!) e lo adagia nel migliore dei luoghi che abbia a portata di mano. Sono i gesti della tenerezza che formano imprinting, il saluto con cui il piccolo dell’uomo giunge tra gli umani: e in questi gesti si trasmette l’assunzione di responsabilità, la vicinanza fisica, il calore, l’odore; anche il piccolo Gesù è abilitato a riconoscere l’odore del seno della madre! Eppure in questi gesti così naturali, così umani, sono nascosti altri significati: le fasce evocano le tende del sepolcro, l’atto di deporre evoca la situazione della morte e deposizione e la mangiatoia, realisticamente una grande cesta o un incavo nel muro della grotta dove veniva deposto il cibo per gli animali, dice molto di più, cioè Gesù offerto da mangiare, come nell’eucaristia. Già dalla nascita era incluso il suo destino di dolore e d’amore: essere consegnato e offerto in cibo per noi. La nascita è una sorta di epifania della morte: l’una e l’altra per amore.

Due facce della stessa medaglia. Ma ecco che qualcosa di straordinario accade, qualcosa che possiamo intendere anche come una tenerezza dello Spirito, una provvidenza per Maria e Giuseppe. Il racconto si sposta nella regione dei pastori: non è necessario pensarli come disprezzati, basta pensarli come insignificanti, non-potenti. Nella storia degli uomini, ci sono i potenti che ordinano di censire tutta la terra, in quella del cielo ci sono i non-potenti che ricevono e trasmettono un annuncio. L’evento accade di notte, forse come era notte nel cuore di Maria e Giuseppe, soli di fronte alla nascita. Questi pastori stanno semplicemente facendo il loro mestiere: sono presi nella più banale delle circostanze; alcuni fanno la guardia al gregge, per permettere agli altri di dormire tranquilli, insieme alle greggi. Niente di idillico: ci sono gli agguati, i ladri, i rapinatori; per sopravvivere bisogna darsi il turno a vegliare.

Ma ecco un angelo: è la terza annunciazione lucana; «si presentò a loro», l’eco è quello del rispetto, della nonviolenza, come a degni interlocutori, interlocutori di quel Dio innamorato che vuole fare famiglia con gli umani, come abbiamo percepito dall’annunciazione a Maria. «Essi furono presi da grande timore»: qui non è solo turbamento, è la percezione della massima distanza. Ma l’angelo rassicura: «Non temete» (abbiamo ancora nell’orecchio la cara voce di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!»). Come dire: lasciate che Dio stesso annulli la distanza. Affidatevi, poiché c’è un vangelo da ascoltare, una buona notizia, una grande gioia. Molti esegeti sentono nelle parole dell’angelo il kerigma della Chiesa primitiva (Atti 2,36) che nel bambino riconosce il Cristo pasquale, annunciato con coraggio, anche a costo della vita: è nato per voi colui che vi salva, Gesù, Signore e Messia.

Anche per questo annuncio è disponibile un segno: un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia; questo segno è da guardare in profondità. Un bambino e fin qui niente di segnaletico: è il suo giacere in una mangiatoia il segno, il posto dove di solito non si mettono i neonati. Dunque, il segno della non-accoglienza (non c’era posto) diventa il segno dell’identificazione. Nulla di meraviglioso; non un bambino, per esempio, che parla già da subito; non un bambino magico; anzi, un bambino nella totale miseria (gli esegeti parlano di «segno kenotico»: più abbassamento di così!).

Intanto gli angeli arrivano a frotte per intessere la lode che congiunge cielo e terra con una e mai esplorata abbastanza: si può stabilire una relazione tra la gloria di Dio, il suo «peso» e la pace in terra per gli uomini. Sono due facce della stessa medaglia: Dio ama a tal punto gli uomini – si compiace tanto per loro – che la pace tra loro assomiglia alla sua gloria, al suo compiacimento. Il punto in cui tutto ciò inizia è il bambino, nuova creazione, tant’è che il canto degli angeli è la lode che accompagna l’opera divina della creazione.

Gli occhi del cuore. Ed ecco, gli angeli tornano al loro posto e i pastori, per quanto stupefatti e confusi, si consultano tra loro; qualcuno decide di andare a vedere; si mette in moto un viaggio, un pellegrinaggio perché c’è una parola-evento (dābār) che li muove. Cercano e trovano, ma – meraviglia! – trovano non solo un Bambino, ma anche una famiglia! Il segno c’è: il Bambino giace in quello strano posto, la mangiatoia, ma insieme ci sono madre e padre. Allora «quando videro il bambino» – dice il testo – parlano. Anche loro diventano luce, in quella grotta, per la povertà e la solitudine di quella famiglia. Sono i primi evangelizzatori – danno la buona notizia – niente meno che… a Maria e Giuseppe e a tutti quelli che erano nella casa. Immaginiamo che con quel traffico di pastori, magari sul far dell’alba, si siano svegliati un po’ tutti: quelli della casa, i parenti ammassati in occasione del censimento. Nel cuore della notte era avvenuto un parto che ora, nelle parole di questi umili esegeti, si rivela non un parto qualsiasi, ma la nascita del Salvatore atteso. Chissà lo sguardo di Maria, chissà il sollievo della tenerezza: Dio mi manda la conferma, non mi ha lasciata sola, è lì nel normalissimo vagito del Bambino, nella sua carne morbida, nel suo totale fidarsi di me. Tutto rimane come prima, non ci sono prodigi, c’è solo questo pugno di pastori che parlano di luce – di angeli – di Cristo Signore, parole stupefacenti sulla loro bocca. È l’interno familiare più nuovo della storia e già qui si sconvolgono le categorie dei potenti. Pare di udire Gesù adulto che, in un’esultanza intima, ringrazia il Padre che ha rivelato queste cose ai piccoli e ai semplici e non ai sapienti di questo mondo.

Qui tutti si stupiscono… ma di che cosa? Di ciò che ascoltano e vedono con gli occhi del cuore. E sono testimoni che non abbiamo bisogno di cose, di eventi straordinari, di miracolismi. Ci sono doni che ci si può scambiare e che non si possono comprare. È vero, la tradizione dice che i pastori portano doni al Bambino, e che il loro stare intorno al presepe è la sua corona di gloria. È vero, bisogna materializzare i doni, specie per i nostri piccoli. Ma essi non possono essere scatole vuote, che non contengono nessun annuncio: di questi doni – anche costosi – i nostri bambini non sanno che farsene, li sventrano e si annoiano. Quali doni possiamo fare, anche materiali, ma che contengano un annuncio?

La prima donatrice è Maria: e il primo dono è quello di lasciarsi «spiegare» il Bambino dai pastori, è quello di ascoltarli perché portano la loro esperienza, il loro contatto con gli angeli, con le parole che essi portano, ma che forse solo nel suo cuore acquistano il significato più profondo. Lei serbava queste cose e ciò ha un significato speciale, come vedremo. La madre porta il dono della speranza nel legame, della convinzione che ciò che c’è è buono, che vale la pena ritrovarsi; e per questo ha la virtù di connettere, tenere insieme, collegare al Figlio. Già qui, nei dintorni della nascita, lei accetta che questo Figlio non sia sua proprietà, ma legame vero tra gli uomini.