• 2 Dicembre 2020 13:49

La parte buona

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Commento al Vangelo della Sacra Famiglia, a cura di Giulio Michelini

(Mt 2,13-15.19-23)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

La fuga in Egitto, i sogni in Matteo e il “Nazareno”.
Tutti i sogni del racconto dell’infanzia del Primo vangelo sono necessari per salvare qualcuno. In 1,20-24 si dice come è “salvata” Maria, la cui vita deve essere preservata da una punizione per adulterio (secondo le prescrizioni di Dt 22,20-21), oppure, in ogni caso, dalla separazione dallo sposo. In 2,12 a essere salvati sono i magi, che evitano così di tornare a Gerusalemme e incorrere nell’ira di Erode, da cui sono stati ingannati, ma che ora ripagano sfuggendo a lui (cfr. 2,16). In 2,13-14, finalmente, a essere salvato è Gesù, che viene portato in Egitto per sfuggire al re empio e assassino.
In 2,19, col sogno che induce Giuseppe a lasciare la terra in cui si sono rifugiati, Gesù deve essere salvato dall’Egitto. L’Egitto, inizialmente luogo di salvezza e speranza, può diventare – come lo è stato per Israele (secondo i commentatori ebrei in Egitto il popolo si era talmente assimilato da non distinguersi più dagli egiziani) – luogo della schiavitù e della perdita della propria identità. È
dunque dall’Egitto che il Figlio è stato chiamato (cf. 2,15), come Israele schiavo e liberato.
Giuseppe però resiste contro quest’ultimo sogno, e ne è necessario un altro. Con 2,22 si ha l’ultimo sogno dei vangeli dell’infanzia, quello mediante il quale Giuseppe si convince, e arriva con Gesù e la madre in Galilea, libero dall’Egitto. In definitiva, se guardiamo bene tutte queste situazioni, a essere in pericolo è comunque sempre Gesù. Anche l’ultimo sogno del vangelo di Matteo, quello della moglie di Pilato (cf. 27,19), avrà la stessa funzione: anche questa volta è Gesù a essere in pericolo, e il sogno potrebbe essere l’estremo tentativo (in quanto elemento, ancorché fragile, della rivelazione divina) per liberarlo dalla morte. Ma questo sogno sarà l’unico a non essere ascoltato.
Il vangelo prosegue (dopo un taglio compiuto dalla liturgia sul pianto di Rachele) con una vera e propria crux interpretum, che riguarda la profezia a cui Matteo alluderebbe e il senso della parola «Nazoreo» (che in greco non ha alcun significato) e che l’evangelista rapporta alla città di Nazaret. Il fatto che Matteo parli qui di «profeti» al plurale (come solo poi in 26,56, dove vi è la stessa difficoltà a identificare una citazione) vuol forse dire che non si
riferisce a nessuna profezia in particolare, ma all’insieme delle Scritture. Tra le tante soluzioni proposte a riguardo del significato del nome, invece, le più probabili potrebbero essere le seguenti: 1) un richiamo alla figura di Sansone (figlio di madre sterile che riceve da un angelo l’annuncio di una nascita miracolosa), che viene chiamato anche nazir (Gdc 16,17); 2) un collegamento con Giuseppe, «principe» (nezir) tra i suoi fratelli, secondo Gen 49,26; 3) un’allusione alla profezia di Is 11,1 (interpretata in senso messianico anche nel giudaismo, in riferimento a Davide), dove si parla di un «germoglio», in ebraico nezer. Tutti e tre i richiami sono plausibili e dicono qualcosa di Gesù. 1) Su un Gesù che avrebbe compiuto un voto di nazireato – magari come Giacomo e il Battista – si è soffermato Klaus Berger: «L’esistenza ascetica di Giacomo come nazireo si colloca accanto al nazireo Giovanni Battista e suscita almeno l’interrogativo se anche il titolo di Gesù “Nazareno” non obblighi a chiedersi se egli non abbia potuto trascorrere una parte della sua vita – p. es., il secondo e quasi tutt’intero il terzo decennio – come nazireo, e se non l’abbia poi ripresa alla fine dei suoi giorni (Mc 14,25 [// Mt 26,29] è un voto anti-vino). Giovanni, Giacomo e Gesù vanno forse visti molto più vicini e uniti di quanto normalmente accada, anche come i “tre nazirei”?». Tra l’altro, se Gesù avesse compiuto questo voto, sciolto prima di iniziare il ministero (in quanto è difficile immaginare un voto perpetuo per Gesù), ma riformulato poi all’ultima cena (cfr. Mt 26,29), si spiegherebbe il suo rifiuto di bere vino (cfr. 27,34; proibito ai nazirei secondo Nm 6,3) e aceto dalla croce (cfr. 27,48; proibito nello stesso versetto di Nm). 2) Con l’allusione al libro della Genesi – dove Giuseppe è visto come leader o principe (nella Settanta e nel Targum) ma anche come “separato” o nazareo (Vulgata), si accentuerebbe il collegamento con quella figura messianica che doveva essere già presente nel giudaismo del tempo di Gesù, ovvero il «Messia di Giuseppe» (vedi nota a 13,55). 3) L’idea di Gesù come “germoglio di Davide” è rafforzata dal fatto che nel Talmud si dice che uno dei discepoli di Gesù si chiamava Nezer (Talmud babilonese, Sanhedrin 43a): nel contesto della polemica anticristiana, contro i cristiani che vedevano in Gesù il «germoglio» di Is 11,1, si affermava che quel Nezer era invece il «germoglio/nezer spregevole» di Is 14,19, contestando in questo modo, attraverso il discepolo, la pretesa messianicità di Gesù. Comunque sia, il nome Nazoreo ha avuto fortuna, al punto che nozrim/nazareni è il modo in cui nelle fonti giudaiche (es. Talmud babilonese, Sota 47a; il nome è assente in diversi manoscritti) sono chiamati i cristiani, seguaci di Gesù HaNozri, come attestato anche in At 24,5, dove si allude a un «Nazoreo», e non a un «Nazareno», nella frase «setta dei Nazorei».