Commento al vangelo della Quarta domenica di Quaresima (Gv 9,1-41), a cura di Giulio Michelini ofm

Marco Rupnik, La guarigione del cieco (mosaico, part.)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

Commento a cura di Giulio Michelini ofm – Vedere la luce

Il racconto della guarigione del cieco nato occupa tutto il capitolo nono del vangelo di Giovanni. La sua composizione è facilmente ricostruibile: dopo la descrizione del miracolo, assistiamo ad una lunga controversia che vede al centro l’uomo che ormai ha recuperato la vista, e che viene interrogato dai farisei (vv. 13-17). Sono poi interrogati i suoi genitori (18-23), finché torna ad essere interrogato il cieco guarito, ancora dai farisei (24-34), ed infine addirittura da Gesù (35-38). La fine del brano è la dichiarazione di Gesù sui motivi della sua venuta (39-41): perché gli uomini abbiano la vista, ma anche per giudicare quelli che dicono di averla.

Rivelazione e giudizio (krisis): sono forse questi i motivi teologici principali che si intrecciano nel brano. La rivelazione infatti è l’opera principale di Gesù nel vangelo di Giovanni: per questo Gesù si autodefinisce qui la luce del mondo (v. 5); se la luce brilla per davvero, non può che rivelare la realtà, mostrarla, a chi non la vedeva prima (come il cieco nato), o a chi pur vedendola, ora può finalmente coglierla con occhi diversi, quelli della fede in Cristo. La rivelazione di Gesù è quella del Padre, che ha mandato il suo Figlio per dare luce al mondo. Ma la rivelazione, la luce, comporta inevitabilmente un giudizio: ciò che è nascosto, rimane occultato se non vi è luce, ma quando la luce risplende, tutto è chiaro e visibile. Così sono svelati i cuori di tutti gli uomini, compresi quelli di “alcuni farisei” (v. 40), che mostrano tutto il peccato che li abita.

Infatti il tema del peccato occupa gran parte del nostro brano: questo però non si trova lì dove si crede di poterlo vedere. Facile sarebbe credere – come pensano anche i discepoli (v. 2) – che il peccato porti con sé una conseguenza subito evidente, come quella di una malattia o della cecità; magari non subito in chi compie il peccato, ma anche solo nella generazione seguente. Ma non è così, il peccato si annida proprio dove è difficile scovarlo, lavora spesso lontano da ogni visibilità, scava un suo spazio proprio in chi crede di esserne immune: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (v. 41).

Ma non è questa la trama principale della nostra pericope. La è invece – come scrive un commentatore dell’evangelista Giovanni, G.R. Beasley-Murray – quella della scoperta di chi è Gesù, proprio come era accaduto alla Samaritana. Il cieco nato acquista anzitutto la vista, e poi a poco a poco, progressivamente, cresce nella comprensione della realtà e di chi questa realtà l’ha svelata. All’inizio il cieco nato pensa a Gesù come ad “un uomo”, ma del quale non sa nulla (v. 11-12); poi però lo dichiara un “profeta” (v. 17), poi ancora un “inviato di Dio” (v. 33), ed infine lo riconosce come “Figlio dell’uomo” e “Signore” (Kyrios) (vv. 37-38). «Il contenuto della rivelazione apportata da Gesù è il suo stesso mistero; per gli uomini, si tratta di scoprire progressivamente chi è Gesù. Questo mistero è quello della sua filiazione divina: la luce venuta nel mondo (Gv 3,19) è il Figlio di Dio inviato nel mondo, affinché il mondo sia salvato da lui. La luce della rivelazione che cosa dunque è in definitiva? È la rivelazione della comunione tra il Padre e suo Figlio Gesù Cristo, rivelazione destinata a farci entrare a nostra volta in questa stessa comunione» (De la Potterie).

Specularmente, dalla parte dei farisei avviene il contrario: questi affermano che Gesù non è da Dio (v. 16) e che è un peccatore, e anzi negano addirittura i suoi miracoli (v. 24). Non sono in grado nemmeno di capire da dove venga quest’uomo, e nemmeno l’origine della sua autorità (v. 20). Mentre il cieco nato riesce a dare un nome alle persone che incontra e che poi arriva a conoscere profondamente, fino a dire che Gesù è il Signore, i farisei sono troppo presi dalla loro apologetica e dal loro peccato per mettersi in discussione.

Il nostro brano è un punto fermo nel cammino quaresimale. L’affermazione del cieco nato, apice della sua scoperta, «Io credo, Signore!» costituisce il culmine del rito battesimale, e lo è anche nella rinnovazione delle promesse battesimali durante la celebrazione della veglia pasquale. Per questa ragione, come ci ricorda un altro esperto del Quarto vangelo, R. Brown, l’episodio della guarigione del cieco nato è stato interpretato dai padri della Chiesa in chiave sacramentale: «Tertulliano apriva il suo trattato sul battesimo con le parole: “La presente opera vuol trattare il nostro sacramento dell’acqua che lava via i peccati della nostra cecità originale e ci fa liberi per la vita eterna”». Per questo possiamo pregare con la Colletta: «Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina».

 

 

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