Gesù pastore, davanti alla porta delle pecore. Commento al vangelo della IV Domenica di Pasqua (Gv 10,1-10)

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Commento di Giulio Michelini

Stiamo ancora leggendo il vangelo di Giovanni, come già la II domenica di Pasqua, e la prossima. Il testo di oggi è collocato nella prima parte del libro, quello chiamato “dei segni”. Gesù si trova a Gerusalemme in occasione della festa delle Capanne, memoria autunnale dell’uscita dall’Egitto e del soggiorno nel deserto. Ma in effetti la nostra pagina fa da spartiacque a tale festa e a quella successiva, che ha luogo in inverno, quella della Dedicazione del Tempio. È forse così che c’è anche un collegamento con la porta delle pecore di cui parlerà Gesù al v. 7. Chi sono i destinatari del discorso di Gesù? Forse si sta ancora rivolgendo ai farisei, ma le parole sono per tutti…

Il brano dal vangelo di Giovanni di oggi presenta tanti diversi livelli interpretativi, proprio perché suddiviso in due parti che sono – come scrive l’evangelista – similitudini (o “parabole”; cfr. Gv 10,6): una ha come contenuto Gesù “guardiano” o pastore delle pecore (vv. 1-5); l’altra dice di Gesù come “porta” delle pecore (vv. 7-9).

Il primo livello che apre un senso nel nostro brano è quello dell’ambiente in cui è collocato il discorso di Gesù, legato alla vita dei pascoli e dei greggi. Le due parabole dicono di un pastore che ha cura del suo gregge, che non è un ladro che pensa solo a macellarne la carne, perché ha una relazione con quelli che gli appartengono. Gesù, pastore del suo gregge, conosce ciascuno con il proprio nome. Un commentatore del Quarto vangelo, Beasly-Murray, dipinge una scena molto bella, tipica dell’ambiente degli allevatori del tempo del Nuovo Testamento, raccontando come spesso diversi greggi si confondono tra loro quando vengono portati ad abbeverarsi ad un’unica fonte. Quando ciascun pastore si separa dall’altro, riprendendo la propria strada, questi può ritrovare le pecore del suo gregge chiamandole nel suo modo peculiare: le pecore lo riconoscono, lo seguono e non sbagliano gregge. Nel vangelo di Giovanni poco dopo il nostro brano vi è la scena della risurrezione di Lazzaro. È in quella occasione che compare Maria, discepola vera di Gesù, la quale ascolta la voce del suo Maestro (Gv 11,29) che lo chiama (11,28), si alza in fretta e lo segue. Come la sorella di Lazzaro, ogni discepolo è invitato ad ascoltare la voce del Signore che mai manca di chiamarlo.

Al livello dell’ambiente e della situazione in cui la pagina è stata scritta si colloca anche la questione dei ladri di cui parla il Signore. Chi rappresentano? Diversi esegeti hanno pensato agli zeloti. Giuseppe Flavio si serve del termine “zelota” ne La guerra giudaica, mentre per le altre sue tre opere parla proprio di lestai (briganti, ladri) per indicare il movimento degli zeloti che organizzarono una rivolta armata contro Roma. Questa interpretazione diventa più probabile se si pensa a quanto è scritto al v. 12 a riguardo di questi ladri, che vedono arrivare il lupo, e fuggono, perché a loro non importa delle pecore. Potrebbero però essere anche dei “falsi messia” (come quelli al v. 8, «venuti prima di Gesù»). È dunque possibile che il Gesù di Giovanni abbia in mente un riferimento così chiaramente politico? È possibile, anche se tra i ladri (della vita delle persone) potevano essere annoverati allora – e ancora oggi vale lo stesso ragionamento – molti altri, a cui Gesù potrebbe alludere, tra i quali coloro che hanno un ruolo pubblico, civile o religioso, ma cercano il proprio interesse e non degli altri.

Diversi altri esegeti, comunque, trovano un’altra spiegazione per i ladri a cui allude Gesù: il riferimento sarebbe ai farisei o ai sadducei, soprattutto perché questi movimenti, in alcuni periodi della storia di Israele, si erano occupati troppo di politica cercando il potere.

Chiunque siano quelli a cui si riferiva il Gesù di Giovanni, Gesù custodisce il suo gregge ponendosi davanti alla porta. Stiamo riferendoci ad un significato diverso che può essere dato alla preposizione greca pro del v. 8, che è tradotta normalmente in senso temporale con “prima” («Tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e briganti»). Poiché in greco pro significa anche “davanti”, alcuni come J. Ramsey Michaels suggeriscono che Gesù stia parlando di come egli si pone davanti alla porta delle pecore per proteggere l’ovile, e quindi di coloro che sono “davanti” (e non “prima” di) a lui. La stessa espressione “davanti alla porta” si trova altre volte nel NT, come ad es. in At 12,6, dove si parla di Pietro prigioniero in un carcere, «mentre davanti alle porte» stavano le sentinelle che custodivano il carcere. Se Gesù non lascia entrare gli opportunisti, invece per quella porta ora possono passare tutti i credenti: Gesù l’ha spalancata. Il segno di quanto è accaduto è che il velo del tempio si è squarciato al momento della morte del Messia, e non è mai stato più sigillato (cf. Mt 27,51). Non c’è più nemmeno quel muro di divisione tra pagani ed ebrei.

Il secondo livello interpretativo a cui si faceva riferimento è ancora cristologico, e dice qualcosa di Gesù-porta delle pecore. San Giovanni Crisostomo scrive: «Quando Gesù si prende cura di noi, chiama se stesso pastore; quando ci conduce al padre, porta». L’immagine della porta è ancorata al Primo Testamento, dove ricorre tante volte. Nel libro di Neemia, ad esempio, al cap. terzo, si parla di una porta delle pecore: «Eliasìb, sommo sacerdote, con i suoi fratelli sacerdoti si misero a costruire la porta delle Pecore; la consacrarono e vi misero i battenti» (Ne 3,1). Secondo R. North, questo portale delle mura di Gerusalemme prendeva il nome dal mercato delle pecore che addirittura fino a qualche secolo fa veniva tenuto in quell’area di Gerusalemme, presso quella porta. La stessa porta compare anche in altro versetto del vangelo di Giovanni, 5,2 («C’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore…»): il Gesù di Giovanni potrebbe aver avuto in mente davvero una delle porte della città santa.

La porta è un luogo dai molteplici usi, è un luogo d’incontro per i responsabili della città, gli anziani, ad esempio (cfr. Sal 69,13; 127,5); è un modo per indicare la sicurezza di chi è all’interno delle mura di una città. Essenzialmente però, la porta è fatta per essere oltrepassata, serve per entrare in una realtà. Se chiusa, crea una barriera che può essere infranta solo da chi vi è dentro; se oltrepassata, permette di accedere ad uno spazio altrimenti inaccessibile. La porta è spesso associata all’ingresso in aree di grande importanza sacra e liturgica. Basti pensare al tempio di Gerusalemme, i cui diversi spazi erano contrassegnati da staccionate e portali; lì il Santo dei santi, il luogo più esclusivo del tempio, era sigillato dietro una porta per essere aperto solo una volta all’anno, durante la celebrazione del Kippur, il giorno dell’espiazione. Come ricorda la Lettera agli Ebrei, il sommo sacerdote vi accedeva solo per compiere il rito della remissione dei peccati di Israele.

Per quella porta ora possono passare tutti i credenti: Gesù l’ha spalancata. Il segno di quanto è accaduto è che il velo del tempio si è squarciato al momento della morte del Messia, e non è mai stato più sigillato (cfr. Mt 27,51). Grazie alla sua morte, si è compiuto il Kippur per tutti gli uomini: egli è perciò colui che «Dio ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza» (Rm 3,25-26).

Le mura e le porte di Gerusalemme non sono più destinate a chiudersi a coloro che là vogliono salire. Le dodici porte splendenti come perle sono capaci di accogliere chiunque (cfr. Ap 21). Il tempio è spalancato per Israele e per i pagani, per il popolo dell’alleanza ma anche per noi. Nel salmo 118 si legge: «Apritemi la porta della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti». Questa profezia davvero si è avverata, Gerusalemme è la città per tutti gli uomini, le sue porte non saranno mai più serrate, fino alla fine dei tempi: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Ap 21,25).