Commento al vangelo della IV Domenica di Pasqua (Gv 10,1-10), a cura di Giulio Michelini ofm

Il buon pastore. Mosaico della lunetta del Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

Gesù pastore e porta

– Il brano dal vangelo di Giovanni di oggi presenta tanti diversi livelli interpretativi, proprio perché suddiviso in due parti che sono – come scrive l’evangelista – similitudini (o “parabole”; cfr. Gv 10,6): una ha come contenuto Gesù “guardiano” o pastore delle pecore (vv. 1-5); l’altra dice di Gesù come “porta” delle pecore (vv. 7-9). Tra le molte possibilità di lettura, ne scegliamo due.

Il primo livello che apre un senso nel nostro brano è quello dell’ambiente in cui è collocato il discorso di Gesù, legato alla vita dei pascoli e dei greggi. Le due parabole dicono di un pastore che ha cura del suo gregge, che non è un ladro che pensa solo a macellarne la carne, perché ha una relazione con quelli che gli appartengono. Gesù, pastore del suo gregge, conosce ciascuno con il proprio nome. Un commentatore del Quarto vangelo, Beasly-Murray, dipinge una scena molto bella, tipica dell’ambiente degli allevatori del tempo del Nuovo Testamento, raccontando come spesso diversi greggi si confondono tra loro quando vengono portati ad abbeverarsi ad un’unica fonte. Quando ciascun pastore si separa dall’altro, riprendendo la propria strada, questi può ritrovare le pecore del suo gregge chiamandole nel suo modo peculiare: le pecore lo riconoscono, lo seguono e non sbagliano gregge.

Nel vangelo di Giovanni poco dopo il nostro brano vi è la scena della risurrezione di Lazzaro. È in quella occasione che compare Maria, discepola vera di Gesù, la quale ascolta la voce del suo Maestro (Gv 11,29) che lo chiama (11,28), si alza in fretta e lo segue. Come la sorella di Lazzaro, ogni discepolo è invitato ad ascoltare la voce del Signore che mai manca di chiamarlo.

Il secondo livello è ancora cristologico, e dice qualcosa di Gesù-porta delle pecore. San Giovanni Crisostomo scrive: «Quando Gesù si prende cura di noi, chiama se stesso pastore; quando ci conduce al padre, porta». L’immagine della porta è ancorata al Primo Testamento, dove ricorre tante volte. Nel libro di Neemia, ad esempio, al cap. terzo, si parla di una porta delle pecore: «Eliasìb, sommo sacerdote, con i suoi fratelli sacerdoti si misero a costruire la porta delle Pecore; la consacrarono e vi misero i battenti» (Ne 3,1). Secondo R. North, questo portale delle mura di Gerusalemme prendeva il nome dal mercato delle pecore che addirittura fino a qualche secolo fa veniva tenuto in quell’area di Gerusalemme, presso quella porta. La stessa porta compare anche in altro versetto del vangelo di Giovanni, 5,2 («C’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore…»): il Gesù di Giovanni potrebbe aver avuto in mente davvero una delle porte della città santa.

La porta è un luogo dai molteplici usi, è un luogo d’incontro per i responsabili della città, gli anziani, ad esempio (cfr. Sal 69,13; 127,5); è un modo per indicare la sicurezza di chi è all’interno delle mura di una città. Essenzialmente però, la porta è fatta per essere oltrepassata, serve per entrare in una realtà. Se chiusa, crea una barriera che può essere infranta solo da chi vi è dentro; se oltrepassata, permette di accedere ad uno spazio altrimenti inaccessibile. La porta è spesso associata all’ingresso in aree di grande importanza sacra e liturgica. Basti pensare al tempio di Gerusalemme, i cui diversi spazi erano contrassegnati da staccionate e portali; lì il Santo dei santi, il luogo più esclusivo del tempio, era sigillato dietro una porta per essere aperto solo una volta all’anno, durante la celebrazione del Kippur, il giorno dell’espiazione. Come ricorda la Lettera agli Ebrei, il sommo sacerdote vi accedeva solo per compiere il rito della remissione dei peccati di Israele.

Per quella porta ora possono passare tutti i credenti: Gesù l’ha spalancata. Il segno di quanto è accaduto è che il velo del tempio si è squarciato al momento della morte del Messia, e non è mai stato più sigillato (cfr. Mt 27,51). Grazie alla sua morte, si è compiuto il Kippur per tutti gli uomini: egli è perciò colui che «Dio ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza» (Rm 3,25-26).

Le mura e le porte di Gerusalemme non sono più destinate a chiudersi a coloro che là vogliono salire. Le dodici porte splendenti come perle sono capaci di accogliere chiunque (cfr. Ap 21). Il tempio è spalancato per Israele e per i pagani, per il popolo dell’alleanza ma anche per noi. Nel salmo 118 si legge: «Apritemi la porta della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti». Questa profezia davvero si è avverata, Gerusalemme è la città per tutti gli uomini, le sue porte non saranno mai più serrate, fino alla fine dei tempi: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Ap 21,25).

 

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