Commento al Vangelo della II domenica di Pasqua 2017, tratto da “Giovanni. Introduzione, traduzione e commento”, a cura di Renzo Infante, San Paolo 2015

incredulità di San Tommaso - Caravaggio

Gv 20, 19-31

Incontro di Gesù con i discepoli

Anche la seconda pericope che riguarda i racconti di apparizione è articolata in due scene: la prima racconta l’apparizione di Gesù ai discepoli, la sera di quello stesso giorno (vv. 19-23); la seconda riporta la manifestazione di Gesù, di nuovo ai discepoli, tra i quali c’è anche Tommaso, avvenuta otto giorni dopo (vv.24-29).

Apparizione ai discepoli (20, 19-23). Dopo gli eventi ambientati al mattino del primo giorno della settimana, si passa alla sera di quello stesso giorno. La risurrezione di Cristo ha diradato la tenebra e il buio che d’ora in poi saranno solo mancanza di luce del sole, mai più assenza di Cristo. L’insistenza sul fatto che le apparizioni di Gesù si siano verificate nel primo giorno della settimana e che l’incontro con Tommaso avvenga otto giorni dopo, fa ritenere che l’evangelista rifletta la consuetudine delle prime comunità di incontrarsi il primo giorno della settimana, subito dopo la fine del sabato ebraico, per spezzare il pane e fare memoria della passione e della risurrezione di Gesù (cfr. At 20,7; 1Cor 16,2; Ap 1,10).

Dopo l’arresto e la condanna di Gesù, i discepoli si sono messi al sicuro per evitare possibili retate da parte delle autorità. Si ritrovano così nella situazione preannunciata da Gesù (cfr. 16,20-22.33); vivono il momento della tribolazione e delle lacrime senza che alle loro menti si prospetti la possibilità del radicale cambiamento che pure era contenuta in quegli annunci. Si presuppone che si trovino in qualche casa di Gerusalemme, che la tradizione ha identificato con la stanza “al piano superiore” (Lc 22,12; cfr. At 1,13). Sia il parallelo racconto lucano (Lc 24, 41-43) che la seconda finale di Marco (Mc 16, 14) contestualizzano l’apparizione di Gesù ai discepoli nel corso di una cena. La paura dei discepoli è segno evidente che l’annuncio di Maria, come la fede di Pietro e del discepolo amato, non hanno prodotto risultati concreti; essi sono ancora sbarrati in casa, impossibilitati a qualunque azione.

Lo stare all’improvviso nel mezzo dei discepoli, anche con le porte chiuse, potrebbe alludere a particolari caratteristiche del corpo risorto di Gesù, ma ciò non sembra oggetto dell’interesse dell’evangelista, che vuole semplicemente ribadire che Gesù può rendersi presente in mezzo ai suoi nonostante chiusure e impedimenti di ogni genere. Dopo averlo promesso, Gesù porta in dono ai suoi discepoli la pace (cfr. 14, 27; 16, 33). La formula “pace a voi” (eirene hymin, vv. 19.21.26) è identica al saluto ebraico salom alekem; qui, però, non si tratta di un semplice saluto, tantomeno di un augurio, ma di un dono, frutto della vittoria della vita sulla morte. Quando nell’Antico Testamento il saluto della pace è rivolto da un essere celeste, esso si rivela efficace e salutare (cfr. Gdc 6,23; Dn 10,19); il dono della pace portato da Gesù farà sì che i discepoli trovino il coraggio di uscire da quelle porte sbarrate e di affrontare il mondo.

L’ostensione delle ferite delle mani e del costato (v. 20) identifica il Risorto con il Crocefisso (cfr. Lc 24,39). Per i discepoli riconoscere che si tratta dello stesso Gesù con il quale avevano trascorso un tempo della loro esistenza, equivale a divenire consapevoli che la risurrezione è qualcosa di veramente reale e che la comunione che avevano con lui può continuare oltre la morte, anche se in una maniera nuova. La gioia dei discepoli nel vedere il Signore (cfr. v. 18) segnala che è giunto il tempo del ribaltamento della situazione preannunciata in 16,16.17.19.22: al tempo del non vedere più Gesù subentra il tempo del vederlo di nuovo e della tristezza che si tramuta in gioia (16,20.21.22.24). Questo, però, sarà anche il tempo in cui i discepoli saranno visti da Gesù (cfr. 16,22: “Ma io vi vedrò di nuovo”) e il reciproco rivedersi e ritrovarsi darà principio a una gioia senza fine, che nessuno potrà più togliere (cfr. 16,22).

La pace del Risorto costituisce una dotazione personale dei discepoli in vista della missione. I pochi riferimenti all’invio dei discepoli (cfr. 4,38; 13,16.20) erano solo anticipazioni, perché adesso è il momento in cui Gesù, in forza della passione e risurrezione, ha la potestà di inviare i suoi discepoli nel mondo (cfr. 17,18). I discepoli dovranno prolungare nel tempo la missione di Gesù ed essere per il mondo ciò che è stato Gesù: il segno e la rivelazione dell’amore con cui Dio ha amato l’umanità (cfr. 3,16). Il tempo perfetto apetalken (“ha mandato”, v.21) sottolinea che la missione di Gesù è stata portata a compimento e che i suoi effetti permangono e si prolungano proprio nella missione dei discepoli. Non avendo in alcun modo precisato di quali discepoli si tratta, il presente “mando” (greco, pempo) non può e non deve essere limitato ai soli Dodici, ma va esteso a tutti coloro che si faranno discepoli di Gesù, credendo alla parola da lui annunciata e scritta in questo libro.

All’invio in missione segue un’azione che richiama il soffio di Dio creatore nelle narici di Adamo (cfr. Gen 2,7; Sap 15,11). Il soffio di Gesù, in analogia con i brani anticotestamentari, indica la comunicazione della vita, di una vita non più semplicemente naturale, ma da risorti, segno della nuova creazione (cfr. 3,3-8). La vita nuova donata dal Risorto coincide con il dono dello Spirito che li santifica e li abilita alla missione, allo stesso modo in cui Gesù è stato santificato dal Padre per essere inviato nel mondo (cfr. 10,36). I discepoli devono essere santificati nella verità, così come Gesù ha santificato se stesso (cfr. 17,19). È questa, probabilmente, la ragione per cui l’evangelista in questa occasione preferisce la tradizionale denominazione biblica di “Spirito Santo” a quella di Paraclito o di Spirito di verità. Con essa si ribadisce il potere santificante dello Spirito, oltre a quello di consentire la rinascita per entrare nel regno (cfr. 3,5-6), di potere compiere l’autentica adorazione del Padre (cfr. 4,23) e di vivificare (cfr. 6,63). Adesso si compie la promessa di Giovanni di uno che avrebbe battezzato in Spirito Santo (cfr. 1,33): ora è il tempo del battesimo in Spirito dei discepoli. Questa è la pentecoste, da intendersi però non come un dono speciale dello Spirito riservato ai soli apostoli in funzione della primitiva missione, ma come dono e trasmissione dello Spirito a tutti i credenti.

A differenza di Luca, che situa la discesa dello Spirito in occasione della festa ebraica di Pentecoste (cfr. At 2), il quarto evangelista la fa coincidere con la festa di Pasqua, le due versioni sottolineano aspetti teologici importanti, ma entrambe comportano dei rischi: quella di Luca -che, separando cronologicamente il tempo della risurrezione dalla Pentecoste, dà molta importanza allo Spirito- implica il rischio che si interpreti il tempo e il dono dello Spirito come separati e autonomi rispetto alla risurrezione di Gesù. Il quarto vangelo, ponendole nel medesimo giorno, valorizza il forte legame tra risurrezione e discesa dello Spirito, ma potrebbe indurre a ritenere poco importante il dono dello Spirito rispetto alla risurrezione di Cristo.

Al dono dello Spirito viene intimamente collegata (v.23) la potestà di rimettere i peccati (cfr. Ez 36,25-27; Mt 18,18; Lc 24,47; At 2,38; 1Cor 6,11; Tt 3,15). Il dono dello Spirito e il potere di rimettere i peccati richiamano l’inizio del vangelo, con l’annuncio del Battista riguardo all’agnello di Dio “che toglie il peccato del mondo” (1,29; cfr. anche 1,36). L’agnello di Dio è stato immolato ed è stata dischiusa la sorgente attraverso la quale zampilla lo Spirito, quella sorgente che invaderà il mondo (cfr. 19,34.37). La remissione e il perdono sono frutto del sacrificio dell’agnello e, quindi, della morte sacrificale di Gesù, così come attestato in 1Gv 2,2 (cfr. 1Gv 1,9; 2,12; 3,5; 4,10). Santificati dal dono dello Spirito, effusi su di loro dal Cristo risorto, a loro volta i discepoli sono inviati nel mondo per santificarlo mediante il perdono e la denuncia di ogni forma di peccato. Il perdonare e il ritenere i peccati devono essere interpretati alla luce dell’opera di Gesù venuto nel mondo per giudicare consentendo ad alcuni di cominciare a vedere e prendere atto della cecità di quanti si rifiutano di vedere (cfr. 9,39-41). Anche se la precedenza data al perdono sottolinea la preminenza della salvezza, non bisogna dimenticare che i discepoli hanno ricevuto da Gesù il potere di isolare, denunciare e condannare il male e il peccato. La santificazione dello Spirito porta all’intimità della comunione con Dio, ma anche al compito difficile di giudizio discriminatorio fra bene e male, tra coloro le cui opere sono fatte in Dio e coloro le cui opere sono malvagie e rifiutano la luce (cfr. 3,17-21).

Guercino-incredulita-di-san-tommaso

Gesù, Tommaso e i futuri credenti (20, 24-29). Dopo la sua comparsa in 11,16 e in 14,5, ritorna prepotentemente alla ribalta Tommaso, che, oltre ad esser menzionato con il suo appellativo greco Didimo (cfr. 11,16), viene presentato come “uno dei dodici” (v.24), locuzione adoperata in precedenza solo per Giuda (cfr. 6,71). Nelle sue precedenti apparizioni egli si è mostrato lento nel comprendere (cfr. 14,5), ma non certo privo di coraggio e di attaccamento a Gesù (cfr. 11,16). È possibile che il suo carattere impetuoso e ostinato abbia ispirato l’evangelista a renderlo protagonista di una vicenda in cui passa dal rifiuto di credere alla parola dei discepoli alla più elevata proclamazione di fede cristologica dei vangeli.

Le parole di Tommaso al v.25 richiamano il rimprovero che Gesù aveva rivolto al funzionario regio di Cafarnao (cfr. 4,48). In entrambi i casi è evidente l’interesse dell’evangelista per la fede dei futuri credenti; non viene affatto svalutata la fede che procede dai segni, pur tuttavia la fede che scaturisce dall’ascolto della parola di Gesù è di gran lunga superiore, perché basata unicamente sul fidarsi di lui. Tommaso rifiuta di credere non di certo nella risurrezione alla fine dei tempi, ma che Gesù sia risorto già adesso e che sia apparso ai discepoli. Per poter credere sono necessarie delle prove inoppugnabili, che attestino la continuità tra il mondo fisico e quello glorioso successivo alla morte. Proprio in questo suo desiderio Tommaso si dimostra sempre più un personaggio rappresentativo dell’esigenza di tutti gli uomini di avere delle prove tangibili per credere, ma anche, grazie ai suoi dubbi, di attestare per tutti i futuri credenti proprio quella continuità tra il mondo sensibile e quello escatologico. Egli è stato definito un personaggio liminare, cioè intermedio tra i discepoli e i futuri credenti; in quanto discepolo doveva vedere e verificare, come credente avrebbe dovuto credere alla parola di coloro che avevano visto. Il suo passaggio dall’incredulità alla fede dà modo all’evangelista di insegnare che nel tempo post-apostolico bisognerà credere senza vedere, solo sulla base della parola dei testimoni.

“Otto giorni dopo” la prima apparizione di Gesù si presenta di nuovo in mezzo ai discepoli con le stesse modalità; unica novità è la presenza di Tommaso (v.26). La scelta di otto giorni trae origine dalla prassi liturgica. Al tempo dell’evangelista, infatti, la domenica (Ap 1,10) era diventato il giorno in cui la comunità si radunava per celebrare l’eucarestia (cfr. At 20,7; Didachè 14,1), così facendo l’evangelista ha, velatamente, suggerito che nel corso dell’assemblea liturgica settimanale è possibile sperimentale la presenza di Gesù risorto.

La ripetizione per la terza volta dell’augurio “Pace a voi” sottolinea che la pace è il dono perenne che Gesù apporta ai suoi ogniqualvolta sono radunati per fare la sua memoria. Dopo avere donato a tutti la pace, Gesù si rivolge al solo Tommaso per fornirgli quelle prove che egli aveva preteso per credere e che attestano l’identità del Crocefisso col Risorto. Le parole di Gesù sono una sequenza incalzante di ben cinque imperativi: “tendi”, “guarda”, stendi”, “metti”, “non essere incredulo”, dai quali si evince la conoscenza precisa da parte di Gesù delle richieste di Tommaso. Egli accondiscende a esaudire le sue richieste, ma solo per invitarlo ad una fede più profonda. A Tommaso viene ordinato di non persistere nel suo atteggiamento di incredulità, e di passare a un atteggiamento credente. Deve superare l’ostinato atteggiamento di quanti ritengono che la morte sia la fine di tutto e che qualunque altra ipotesi sia del tutto insensata; viene spronato a credere nel Dio della vita, nel Dio che ha creato il mondo e lo ha redento nel Figlio suo Gesù, che si è consegnato alla morte. Questa, però, non ha potuto trattenerlo in suo potere, perché Dio è il più forte. Notando la precisa corrispondenza delle parole di Gesù con le sue richieste, Tommaso entra in confusione. Non viene detto se Tommaso abbia poi toccato realmente le ferite sul corpo di Gesù; le parole che Gesù gli rivolge al v. 29 parlano non di “toccare”, ma di “vedere”. Egli giunge alla fede piena grazie alla visione e soprattutto alla parola che Gesù gli indirizza e non mediante la constatazione di quanto aveva preteso: il toccare è diventato superfluo. Il doppio possessivo (“Mio Signore e mio Dio”, v.28) fa assumere a questa confessione di fede un carattere del tutto intimo e personale, come nel caso della Maddalena (cfr.20,13). Anche Tommaso riconosce in Gesù il Crocefisso risorto, ma in aggiunta confessa che quel suo Signore è anche il suo Dio. Grazie all’identificazione del Crocefisso con il Signore risorto l’evangelista chiarisce che la fede in Gesù quale Signore e Figlio di Dio implica in definitiva che egli stesso sia Dio, sia l’epifania di Dio nel mondo. La definizione ha carattere funzionale e non certo dogmatico: Gesù è il Figlio di Dio perché realizza la missione che il Padre gli ha affidato e ha manifestato al mondo l’amore di Dio.

Gesù si felicita con Tommaso, perché è pervenuto alla fede piena nel Risorto come suo Signore e suo Dio. Il “vedere” di Tommaso non è qualcosa di negativo e non è in opposizione al “credere”, perché Gesù stesso aveva promesso ai discepoli che lo avrebbero rivisto (cfr. 14,19-20). La successiva beatitudine che interviene a ridimensionare l’elogio di Tommaso riguarda i futuri credenti, coloro che crederanno proprio grazie al fatto che Tommaso e gli altri discepoli hanno veduto (cfr. 17,20; ma anche 15,27; 19,35). Quanti, a motivo della distanza dagli aventi, non potranno godere della stessa visione e crederanno sulla base della testimonianza dei discepoli vengono proclamati beati. Il “vedere”, così importante in questi racconti di risurrezione, viene drasticamente ridimensionato, perché nella beatitudine si riflette il tempo della comunità postpasquale, quando tale “vedere” sarà reso impossibile dalla distanza temporale degli eventi. In tal senso il vedere di Tommaso non è superfluo o addirittura negativo; anzi, è indispensabile per i futuri credenti (cfr. 1Gv 1,1-2). Con questa beatitudine l’evangelista prepara la conclusione del suo vangelo, che attribuisce allo scritto lo stesso valore di testimonianza dei discepoli.

Conclusione (20, 30-31)

In questo epilogo l’evangelista chiarisce di non aver inteso presentare un resoconto completo di quanto Gesù ha compiuto, ma di avere narrato ciò che è funzionale al sorgere della fede in Gesù per avere in dono la vita….

 

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