Commento al Vangelo della II domenica di Avvento 2017, tratto da “Marco. Introduzione, traduzione e commento”, a cura di Giacomo Perego, San Paolo 2011

(Mc 1, 1-8) 1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. 2 Come è scritto nel profeta Isaia:
Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te,
egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri
,
4 si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico 7 e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

 


1,1 Titolo 
Il titolo che Marco attribuisce al suo racconto (1,1) è una sorta di piccolo Credo. I primi cristiani useranno il termine «Vangelo» secondo il senso qui espresso: il lieto messaggio è che Gesù è il Signore, il Messia, il Figlio che il Padre ha risuscitato e nel quale è possibile trovare la salvezza…

1,2-8 L’annuncio del Battista La novità di cui il Vangelo è latore affiora sullo sfondo di tre significativi passi biblici: Es 23,20 che presenta un angelo inviato da Dio per accompagnare il popolo nella marcia verso la terra promessa; Ml 3,1 che (sullo sfondo di Ml 3,23) sembra evocare la figura di Elia, il cui compito sarà quello di vivere con i figli di Israele il giorno grande e terribile del Signore; Is 40,3 che annuncia al popolo in esilio quel «nuovo esodo» che lo ricondurrà da Babilonia alla terra promessa. La combinazione dei tre brani permette di identificare il Battista con l’Elia atteso e Gesù come Colui in cui si compie il nuovo esodo e si manifesta la potenza del Signore. L’idea comune a tutte le citazioni è quella di una svolta storica decisiva all’insegna della libertà e dell’intervento efficace e potente del Signore.

La figura del Battista. Giovanni irrompe sulla scena con tratti sorprendenti: lui che, stando alla tradizione lucana, è figlio di un sacerdote, non opera al tempio, ma nel deserto; lui che dovrebbe seguire la ritualità dei sacrifici, assicura il perdono con un battesimo in acqua che va oltre un semplice rituale di purificazione; lui che dovrebbe sottomettersi alla Legge, grida e convoca, scuotendo i cuori degli Israeliti. Quando Gesù si presenta al Giordano, Giovanni è già un profeta conosciuto che attira l’attenzione della folla. Erode Antipa, stando al secondo vangelo, lo definisce un «uomo giusto e santo» (6,20) e lo storico Giuseppe Flavio lo definisce come «il» Battista (Antichità giudaiche 18,5,2 § 116), distinguendolo dai diversi battezzatori che circolavano nella regione. L’area della sua attività sembra essere la Perea o Trasgiordania che appartiene, come la Galilea, alla tetrarchia di erode Antipa. Giovanni sembra tenersi lontano dalla Giudea; il suo messaggio e il suo battesimo, offerti in una cornice che di sacrale ha ben poco, rischiano di essere troppo scomodi: forse per questo non opera nel tempio, ma nel deserto; non parla di sacrifici, ma di conversione; non in Giudea, ma al di là del Giordano; non come sacerdote, ma come profeta. Nella sua predicazione egli distingue se stesso da colui che deve venire, descrivendolo come uno che «è più forte» (v.7) e che «battezzerà in Spirito Santo» (v.8). Giovanni si ritiene persino indegno di «sciogliere i legacci dei (suoi) sandali» (v.7). Il Talmud di Babilonia precisa che «il discepolo è invitato a compiere verso il suo maestro ogni genere di sevizi che uno schiavo compie verso il suo padrone, a eccezione di sciogliere i suoi sandali» (trattato Ketubbot 96a). Giovanni sembra, pertanto, considerare anche l’umiliante compito dello schiavo troppo alto di fronte a colui che sta presentando come «il più forte». Tra gli studiosi non manca chi coglie dietro questa immagine un’allusione alla legge dell’evirato secondo la quale, quando l’avente diritto rifiutava di sposare la vedova senza figli, il nuovo pretendente era invitato a sfilargli il calzare, per significare la perdita di ogni diritto sulla donna. Giovanni Battista, quindi, preciserebbe che la sposa/Israele appartiene al «più forte» di cui annuncia la venuta e che egli non è degno di compiere il gesto destinato a trasferirne la potestà, qualora Gesù rifiutasse una simile missione.

I battesimi. Il rito praticato dal Battista è diverso dai rituali di purificazione tipici del giudaismo. Esso è, infatti, caratterizzato da un cambiamento radicale e unico nella vita, al punto tale che senza un atteggiamento di conversione tale battesimo non avrebbe alcun senso. La metánoia («conversione») è parte integrante del rito praticato da Giovanni. Alcuni studiosi vi colgono un’analogia con il rito in uso presso la comunità degli esseni dove il battesimo non poteva essere amministrato senza una disposizione previa alla conversione. Nella Regola della Comunità di Qumran troviamo scritto: «Non si libera dalla colpa mediante riti di espiazione, non può purificarsi mediante l’acqua della purificazione… Impuri, impuro egli resta, finché disprezza gli ordinamenti di Dio, finché non si disciplina nella comunità del suo consiglio» (1QS 3,4-6). Altri studiosi vi colgono un nesso con il battesimo dei proseliti, una sorta di rituale di purificazione per quanti si convertivano al giudaismo. Finora, però, non abbiamo nessuna testimonianza che assicuri l’esistenza di un simile uso ai tempi di Gesù. Sta di fatto che il battesimo di Giovanni non si presenta come definitivo: esso, infatti, orienta verso un altro battesimo, quello «nello Spirito Santo» che sarà amministrato dal «più forte». Gli Ebrei attendevano per gli ultimi tempi un’effusione dello Spirito su ogni creatura (cfr. Gl 3,1), ma la promessa del Battista si spinge oltre: colui che verrà non battezzerà più in acqua, né si limiterà a conferire il dono dello Spirito, ma immergerà nella vita stessa di Dio quanti si accostano a lui. Così, fin dalla prima pagina del suo vangelo, Marco colloca al posto giusto Giovanni Battista, la sua missione e il suo battesimo: la sua non è che una preparazione a quanto Gesù sta per dire e fare; egli non è colui che compie l’attesa messianica, ma lo sarà «il più forte» di cui egli è araldo e annunciatore.

L’accorrere della folla. Il «grido» del Battista trova riscontro nella «corsa» della folla. Né Gerusalemme né il tempio bastano a soddisfare la sete di salvezza presente nel cuore dell’uomo che accorre nel deserto. In filigrana traspare il tema del nuovo esodo e del ritorno di Dio. Emerge chiara l’enfasi con cui l’autore evidenzia la totalità della risposta: accorrono «tutti gli abitanti della Giudea» (che qui va intesa come la regione meridionale, distinta dalla Galilea, della provincia romana di Siria-Palestina) e «tutti gli abitanti di Gerusalemme». Un contesto simile, anche se nella cornice della Galilea, caratterizzerà l’ingresso in scena di Gesù: più avanti il narratore si troverà a sottolineare la totalità di una risposta positiva verso il Maestro (1,33: «l’intera città»; 1,37: «tutti ti cercano»; 1,39: «tutta la Galilea»), al punto che questi sarà progressivamente costretto a trovare spazi più adeguati per incontrare la folla, fino a doversi inoltrare in luoghi solitari (1,45). La volontà di conversione della folla si manifesta nella confessione pubblica dei peccati, una pratica abbastanza conosciuta nel giudaismo del I secolo…

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