Due commenti al Vangelo e alle letture della II domenica del Tempo Ordinario (15 gennaio 2017), a cura di Giulio Michelini ofm e di Bruno Pennacchini ofm

Francisco de Zurbaran (1598-1664), "Agnus Dei" (1635-1640)

(Gv 1,29-34) Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

Ecco l’agnello di Dio

Prima di riprendere la lettura continua del vangelo di Matteo, quest’anno liturgico ci riserva per la presente domenica il brano dal vangelo secondo Giovanni sulla testimonianza del Battista.

Il Quarto vangelo non ci dice nulla più della figura di Giovanni Battista di quanto già sappiamo dai sinottici, ma presenta anche alcuni aspetti particolari. Giovanni, ad esempio, non è conosciuto dal Quarto vangelo con l’appellativo che invece era noto anche allo storico Giuseppe Flavio, quello del “battezzatore” (“Battista”). Ma la differenza più significativa è che nel vangelo di Giovanni non appare esplicitamente la scena del battesimo di Gesù. È stata semplicemente “rimossa”, dando invece importanza al fatto che la funzione del Battista è qui principalmente quella di rendere testimonianza a Gesù. Probabilmente abbiamo a che fare con la comprensione delle nostre comunità primitive del battesimo di Gesù, che deve aver rappresentato un problema non di poco conto: come è possibile che “il più grande” sia battezzato dal “più piccolo”? Gli evangelisti reagiscono in vario modo alla memoria storica del Messia battezzato da un messaggero già registrata dal primo vangelo, Marco. Per Matteo il Battista si rifiuta di compiere il rito, finché Gesù dice: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Luca «menziona semplicemente di passaggio, in modo quasi estemporaneo, il battesimo di Gesù, e omette convenientemente il nome del battezzatore (“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì…”; Lc 3,21). Il quarto vangelo fornisce la soluzione più radicale di tutti: elimina completamente l’evento del battesimo. Come poteva, infatti, la Parola eterna fatta carne ricevere il battesimo da Giovanni? Di conseguenza, è assente qualsiasi riferimento a Gesù che viene battezzato, con o senza Giovanni, anche se si conserva la teofania con lo spirito che discende come una colomba (Gv 1,32), senza il suo tradizionale collegamento al racconto del battesimo di Gesù» (J.P. Meier).

Torniamo all’inizio, quindi: nel vangelo secondo Giovanni, il Battista se non battezza il Messia, però lo indica: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il termine “ecco” nel greco è praticamente un imperativo: “guarda!” – “vedi!”, e infatti questo è il dono che il Battista ha avuto: poterlo riconoscere e indicare. Mentre gli altri vangeli registrano i dubbi del Battista (Gesù sarà o non sarà il Messia?), il Quarto ci dice che non solo Gesù è il Cristo, ma che egli eserciterà la sua forza con la liberazione del mondo dal peccato.

Inutile stare a discutere quale traduzione sia migliore per il participio del verbo airo, che i dizionari di greco biblico rendono sia con “toglie” (presente ad es. nella versione CEI) che con “prendere su di sé” (così la ABU in lingua corrente); tutti e due gli aspetti sono possibili, proprio come per il lat. tollo (ecce agnus Dei qui tollit peccatum mundi). L’importante è rilevare che il verbo impiegato significa, oltre a quanto detto sopra, “eliminare, far sparire, annullare”, e implica una dimensione di espiazione, che non riguarda solo la morte di Gesù in croce, ma tutta la sua vita: «Gesù è colui che per natura sua toglie (non soltanto: che ha tolto o che toglierà) il peccato; togliere è una funzione che definisce l’agnello» (R. Penna). Che cosa elimina Gesù, ovvero, di quale peccato si parla? Ancora ci aiuta Romano Penna: «il peccato in Giovanni non è solo un atto individuale, ma non è neppure la somma di vari peccati. Esso piuttosto è un atteggiamento fondamentale e unitario, che si manifesta poi nella molteplicità di concreti atti singoli. Nell’insieme si può dire che esso consiste semplicemente nella risposta negativa dell’uomo nel suo confronto col Cristo Gesù e più specificamente nel fatto che non si riconosce né lui né il Padre» (I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria, II, Paoline 1999).

Possiamo allora tentare una breve sintesi, a partire dalle varie ipotesi formulate sul referente veterotestamentario dell’espressione «agnello di Dio». Che con l’agnello indicato dal Battista il Quarto vangelo abbia voluto significare l’agnello pasquale, o il Servo sofferente di Isaia, oppure altro ancora, il centro di questa immagine è comunque che Gesù – apparso per “togliere i peccati” e “distruggere le opere del diavolo” (cfr. 1Gv 3,5.8) – ancora oggi può agire per la liberazione di ogni uomo. La formula detta da Giovanni Battista viene significativamente ripetuta ogni volta che i cristiani celebrano l’eucaristia. La comunità dei credenti riconosce in quel pane spezzato e “mostrato” la forza capace di aiutare noi deboli perché il sacrificio di Cristo, e la sua stessa vita, siano ancora efficaci per la nostra salvezza.

Commento di Giulio Michelini

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Matthias Grünewald, Isenheim , 1512-1516

Letture: Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

 

S. Giovanni evangelista, come molti sanno, dà inizio al vangelo con un Prologo (1,1-18), cui fa seguire una settimana inaugurale nella quale introduce la vita pubblica di Gesù (1,19-2,21); a somiglianza, in qualche modo, della settimana in cui il libro della Genesi schematizzava letterariamente il Principio dei tempi (Gen.1,1-2,3).

Ecco come procede lo scritto dell’evangelista. Dopo aver detto che la Parola si è fatta carne…, aggiunge: noi ne abbiamo visto la Gloria. A questa visione i discepoli giungeranno progressivamente, guidati dalla testimonianza del Battista. Questi cominciò con l’assicurare chi lo interrogava, di non essere lui la Parola, sebbene amministrasse un battesimo di conversione; egli era solamente la Voce che la veicolava. La Parola vera era in arrivo (1,23). Primo giorno.

Il giorno dopo (1,29), scrive l’evangelista, il Battista vede venire Gesù e lo indica al gruppo dei discepoli, come l’Agnello di Dio, su di lui egli ha visto posarsi lo Spirito di Dio. Ripetutamente preciserà che la sua testimonianza non è basata su precedenti conoscenze, ma solo sulla rivelazione di Colui che lo aveva inviato a battezzare (1,33). Secondo giorno.

Il giorno dopo (1,35). Due suoi discepoli, incuriositi dalle parole del maestro, cominciano seguire Gesù e si fermano a casa sua. Ai due rapidamente se ne aggiunge un terzo, Simon-Pietro. Con questo gruppetto di tre uomini ha inizio la storia della Chiesa. Terzo giorno.

Il giorno dopo (1,43) se ne aggiunge un quarto, Filippo e poi a catena un quinto, Natanaele che confessa Gesù Figlio di Dio e Re di Israele. Quarto giorno.

Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea (2,1). Siamo dunque al settimo giorno. Quasi un nuovo Sabato, destinato a segnare il Principio dei tempi nuovi. Gesù cambia l’acqua in vino. I discepoli assistono stupiti a questo primo segno. Il cerchio si chiude: i discepoli contemplano già concretamente la sua Gloria. E credettero in Lui (2,11).

Questo è il contesto in cui fu scritto il Vangelo che si legge in questa seconda domenica del tempo ordinario; quasi un ponte fra i giorni natalizi e quelli ordinari. Una domanda si dovettero porre subito i discepoli del Battista, quando guardarono nella direzione indicata del maestro: chi è costui? Anche la prima generazione cristiana si dovette domandare: chi è Gesù? La stessa domanda ci poniamo noi oggi: chi è Gesù? L’evangelista Giovanni sintetizzò la risposta in queste poche righe: Egli l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo; Egli è il Forte, il Preesistente su cui si è posato le Spirito Santo, il Figlio prediletto del Padre. Formula breve che esprime anche il mistero della Santa Trinità.

L’Agnello di Dio. Sebbene molti di noi ascoltino ogni giorno questa proclamazione, durante la celebrazione dell’Eucaristia, dubito che ne afferriamo appieno lo spessore. Per gli ascoltatori della predicazione del Battista essa era invece immediatamente ricca, molteplice, chiarissima. L’immagine dell’agnello li rimandava spontaneamente all’agnello pasquale, quello che fu immolato la notte in cui i padri furono sottratti alla schiavitù dell’Egitto e che ogni anno anche loro immolavano, facendo rivivere il momento archetipo in cui il Popolo cominciò ad esistere, libero. Ma l’immagine dell’agnello rimandava la loro mente anche alla vittima che ogni giorno era immolata nel Tempio di Gerusalemme, per i peccati di tutti, verso sera. C’era anche un’altra risonanza spontanea: il profeta Isaia aveva scritto di un servo sofferente carico di tutte le malefatte del mondo e per questo era stato condotto al supplizio come un malfattore al posto di tutti noi; ma lui non si era ribellato e come un agnello non aveva aperto bocca.

Colui che toglie il peccato del mondo. Di quale peccato si parla? Non certo di una particolare trasgressione. E nemmeno forse dell’insieme di tutte le trasgressioni dell’umanità. Ma piuttosto di quella realtà storica o di quello stato di fatto per cui il mondo si oppone a Dio. L’evangelista aveva detto nel Prologo al Vangelo che Egli è venuto nel mondo, ma il mondo non lo ha riconosciuto. Il nostro peccato di fondo sta nel non riconoscere il primato di Dio, presente nella storia. Tutto il resto ne è la conseguenza: i deboli e i poveri che sono schiacciati; uomini, donne e bambini che soffrono la fame; migliaia di disgraziati scacciati dalla loro patria; ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri…

Dell’Agnello il Battista dice che toglie il peccato. La parola originale greca, che è dietro alla voce italiana toglie, non ha il semplice valore di eliminare o spazzare via, ma piuttosto di alzare, sollevare per caricarsene. Il profeta Isaia del servo sofferente, dice: il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi. Il castigo che ci dà salvezza si abbattuto su di lui (Is 53,5-6).

Chi è dunque Gesù? L’evangelista risponde che è Colui che si è caricato del fardello delle nostre malefatte e dei relativi, meritati castighi.

Commento a cura di Bruno Pennacchini ofm

 

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