Commento al vangelo della domenica dell’Ascensione, a cura di Giulio Michelini ofm

La cappella dell'ascensione sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme

– Mt 28,16-20. 
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Le sue ultime parole
Il vangelo di questa domenica dell’Ascensione ci dà occasione per leggere, l’unica volta nel lezionario domenicale, la finale del vangelo secondo Matteo. Il modo in cui termina un racconto è fondamentale. Non avrebbe senso seguire una storia se non si sapesse “come va a finire”: si rimarrebbe con un senso di incompiutezza che lascerebbe tutto incerto. Allo stesso modo, ogni narrazione ha un suo finale proprio. Lieto, come l’happy ending di alcuni film, oppure triste, o a sorpresa, e così via. Solo apparentemente uguale, ogni vangelo ha invece la sua finale, quella che chiude il cerchio del racconto che l’Autore sacro ha elaborato e che lo caratterizza rispetto agli altri vangeli.
Marco, il vangelo più antico, finisce in un modo che ci sorprende ogni volta che lo leggiamo. Rimane infatti “sospeso”, con le donne che «non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16,8). Qualsiasi commento al vangelo di Marco infatti ci spiega che i versetti che vanno da Mc 16,9 fino a 16,20, ovvero la cosiddetta “finale lunga”, non vengono dalla penna di Marco (lo si capisce dallo stile, dal vocabolario, e soprattutto dal fatto che sono assenti nei manoscritti più antichi e più importanti) ma sono una finale aggiunta posteriormente, e comunque considerata canonica a tutti gli effetti. L’evangelista presumibilmente aveva pensato ad un finale che lasciasse intendere come la predicazione dipenda dal coraggio della Chiesa: andranno le donne ad annunciare che è risorto?, ci si chiede nel chiudere il libro di Marco. I credenti di oggi sono nella stessa situazione: anche questi avranno paura? Ma altre proposte sono state fatte per spiegare il modo brusco in cui finisce il Secondo vangelo.
La finale di Luca è quella che meglio racconta l’episodio celebrato oggi nella liturgia: l’Ascensione; questa sarà ancora narrata (sempre da Luca) in At 1,9-12. Gesù, secondo il finale di questo vangelo, dopo aver benedetto i suoi, «si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (Lc 24,50); da qui la grande gioia dei discepoli, che tornano a Gerusalemme per rimanerci e per lodare Dio nel tempio (cf. 24,51-52). Non vanno in Galilea, come invece si dice nei vangeli di Matteo e in quello di Giovanni, ma rimangono nella città santa, da dove poi ripartirà l’avventura della comunità primitiva narrata nel libro degli Atti degli apostoli.
Giovanni ha una finale adatta a tutto l’insieme del suo racconto: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (21,25). Un finale vero e proprio in effetti si trovava già al capitolo precedente (20,31, «Questi [segni] sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome»), ma le parole del redattore che abbiamo sopra riportato non sono superflue. Ci dicono che la vita di Gesù – come, per analogia, la vita di ogni uomo e di ogni donna – non può essere racchiusa in un libro. Se il mistero di ogni esistenza non si esaurisce nel fatto che venga raccontata, nemmeno il mistero della vita di Cristo può essere racchiuso in un solo Vangelo. Ecco perché ne abbiamo quattro, ma ecco, soprattutto, che comprendiamo come Gesù sia una persona viva, come l’agnello dell’Apocalisse, che non ama i libri “chiusi” (cf. Ap 5,9), ed è anzi l’unico capace di aprirne i sigilli per poterli finalmente leggere e coglierne così il significato profondo.

Matteo, finalmente, chiude il suo vangelo con un’inclusione che ci riporta al suo inizio. Le ultime parole di Gesù in Matteo sono molto importanti, così come le sue prime. Diversamente dagli altri vangeli, Gesù apre la bocca per la prima volta dicendo al Battista: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Gli esperti hanno notato che la parola “giustizia” è alquanto significativa per il Primo vangelo, dove occorre sette volte. Qui dice che Gesù, da vero ebreo, è venuto per compiere ciò che sta scritto nella Legge e nei Profeti (cf. Mt 5,17), che Gesù infatti non è venuto ad abolire.
Le ultime parole di Gesù ai suoi, invece, hanno a che fare con il suo essere con loro «fino alla fine del mondo» (28,20). L’espressione è tipicamente matteana. In essa è rievocato l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, secondo il racconto dell’inizio del vangelo, quando questi diceva: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23). Invece le ultime parole di Gesù nel vangelo secondo Matteo – dopo l’esortazione a istruire e battezzare tutte le genti – suonano così: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni…». Quel Messia che secondo la profezia dell’angelo è con noi davvero è Gesù di Nazaret, il crocifisso risorto, che in virtù del potere che gli è stato dato in cielo e in terrà può dire di essere con noi per sempre.
«La finale dell’evangelo (28,18-20) è un luogo privilegiato per discernere il progetto teologico di Matteo. Io sono con voi: questa è una formula di alleanza. Sempre, quando si parla dell’alleanza nell’AT, si dice che il Signore l’ha contratta o sancita sul Sinai con noi (immanu: cf. Dt 5,2-3). Matteo ha molto cara questa terminologia dell’alleanza, e la esprime attraverso tutto il suo evangelo, dall’inizio alla fine» (Alberto Mello). L’alleanza con noi diventa quindi una certezza, una sfida e una speranza per tutti noi credenti. Noi che l’abbiamo seguito siamo sfidati ogni giorno a trovare il luogo dove è con noi, con quella presenza discreta e silenziosa e spesso nascosta. La speranza sta nel fatto che egli «tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11). La certezza riposa nelle Sue ultime parole.

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