Commento al vangelo della Domenica della Santissima Trinità (Gv 3,16-18), a cura di Giulio Michelini ofm

Henry Ossawa Tanner, Nicodemo visiting Jesus (1899)

– In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Ha tanto amato il mondo
Non è così immediato collegare il brano evangelico di oggi con la solennità della Trinità. Forse è possibile fare un percorso allusivo, centrato su due punti desunti dal colloquio di Gesù con Nicodemo. Il primo è quello del giudizio di Dio sul mondo («Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo», Gv 3,17; si noti la precedente traduzione CEI: «giudicare il mondo»); il secondo punto è quello sull’amore di Dio per il mondo («Dio ha tanto amato il mondo», 3,16): da questi potrà forse emergere la presenza della Trinità nel nostro brano.
Uno dei romanzi più sconvolgenti del Novecento è Il processo di Franz Kafka. Scritto tre anni avanti la prima guerra mondiale, racconta di un certo Josef K., un uomo di trent’anni, semplice impiegato di banca, verso il quale è inspiegabilmente istruito un processo. Josef dapprima pensa di cavarsela, ma poi non riesce più a controllare e comprendere quanto gli accade. Si perde nei meandri del tribunale dove deve continuamente recarsi, e nel quale è idealmente raffigurata l’elefantiaca burocrazia asburgica oramai al tracollo, finché si rassegna ad accettare una non specificata condanna per un delitto di cui non sa nulla e non sa nemmeno di aver commesso. Una mattina vengono a prenderlo e viene finalmente giustiziato. Il motivo fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, per motivi sconosciuti condannati a vagare in un tribunale, o in un castello, oppure ad essere trasformati in immondi insetti, sono esclusi per sempre da un’esistenza felice.
Il vangelo di Giovanni – nel resoconto del colloquio di Gesù con Nicodemo – parla invece di una condanna dalla quale l’uomo viene sottratto e liberato: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,17). Siamo agli antipodi del dramma kafkiano. In questo è raffigurato l’uomo del nostro tempo, segnato dalle guerre, dalle ideologie e da un progresso incontrollabile, ma soprattutto dall’incapacità di porsi di fronte alla realtà, e di fronte a Dio. Se c’è un Dio, sembra dirci Kafka, che pure veniva da una famiglia e da un ambiente fortemente connotati in senso religioso (l’ebraismo chassidico), è un Dio che ti giudica e condanna. Al contrario, chi crede nel Figlio non è condannato (cf. Gv 3,18), perché Dio vuole che tutti siano salvati.
Dobbiamo essere orgogliosi della libertà che ci è stata data, pagata a caro prezzo dal Cristo crocifisso, e che permette a noi che la godiamo di non dover essere imprigionati da nessuno, di non dover comparire davanti ad alcun tribunale (tranne l’ultimo, quello della vita e di Dio), di non essere chiamati a rendere conto di nulla se non dell’amore che avremo donato. Se Dio Padre ha mandato a noi il Figlio per affrancarci dal giudizio e liberarci (cf. Gal 5,1: «Per la libertà Cristo ci ha liberati»), è lo Spirito Santo, ora, la garanzia della nostra libertà: «il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore: libertà» (2Cor 3,17).
Non dobbiamo farci sfuggire il resto delle parole di Gesù a Nicodemo: se non c’è condanna, è perché Dio ha mandato il suo Figlio unigenito, e l’ha mandato perché ha molto amato il mondo. Dio ha amato il mondo anzitutto quando l’ha riempito della Sua presenza. Secondo il racconto genesiaco della creazione, all’inizio, quando lo Spirito di Dio aleggiava sopra (di fronte, in faccia) alle acque, già si manifestava l’amore di Dio Trinità. Commenta così Agostino, nel libro XIII delle Confessioni: «Il tuo Spirito buono, la tua volontà incorruttibile e immutabile, si portava sulla vita creata da te, che ha bisogno di volgersi al suo creatore, di vivere sempre più vicino alla fonte della vita e di vedere nella sua luce la luce, per essere perfetta, illuminata e felice. Ed ecco apparirmi in un enigma la Trinità, ossia tu, Dio mio. Tu, il Padre, creasti il cielo e la terra nel principio della nostra sapienza, cioè nel tuo Figlio. Ed ecco, il tuo Spirito era portato sopra le acque. Ecco la Trinità Dio mio, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutto il creato» (XIII, 4-5).
Dio continua ad amare il mondo, e non può venir meno alle sue promesse. Anche quando l’umanità, a causa del peccato, si è allontanata dal Suo disegno. La Trinità allora non è una definizione dogmatica o un concetto da capire, ma un incontro voluto da Dio stesso. Un incontro cercato, sin dall’inizio, con la creazione, e poi di nuovo ancora ed ancora cercato ogni volta che ce n’è stato bisogno. Ringraziamo Dio che permette a noi ancora oggi di conoscere il mistero della Sua vita, e perché – liberi da ogni impedimento – possiamo finalmente conoscerlo ed adorarlo, unico Dio in tre persone (cfr. Colletta).

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