Commento al Vangelo della domenica del Corpo e Sangue di Cristo, a cura di Giulio Michelini (testo e video TV2000)

(Lc 9,11b-17) In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Spezzare il pane

In occasione del Corpus Domini, questa domenica si ritorna al libro che viene letto nell’anno liturgico corrente, il Vangelo secondo Luca. La scena è quella, raccontata anche agli altri vangeli (per un totale di sei volte), della cosiddetta “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. In realtà, l’espressione “moltiplicazione” o “moltiplicare” non appare mai nella pagina.

Quanto accade si spiega meglio se apriamo la Bibbia e confrontiamo il nostro brano con due episodi che vedono coinvolti i profeti Mosè ed Elia.

Lo sfondo dell’Antico Testamento. Con gli altri vangeli, la versione di Luca ha in comune lo sfondo veterotestamentario del miracolo della manna, così come narrato nel libro dell’Esodo. Anche lì il racconto si apre con un dialogo tra il profeta e i suoi discepoli: «Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”. Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi”» (Es 16,2-4). Analogamente, i discepoli di Gesù sono preoccupati per quello che potrebbe accadere: «Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”» (Lc 9,12). Nei due racconti, l’esito è lo stesso: Dio provvede la manna, Gesù dona il pane. Si tratta però di un pane non donato “magicamente”, ma condiviso. A fronte delle soluzioni prospettate dai discepoli, ovvero (a) mandare via la gente, perché (b) possa comprare qualcosa, la soluzione (c) di Gesù è paradossalmente differente: parte non da un congedo della folla, o da qualcosa da comprare, ma da una condivisione di ciò che si ha.

La seconda situazione veterotestamentaria che spiega quanto accade e abbiamo appena descritto coinvolge il discepolo del profeta Elia, Eliseo il quale – ripercorrendo lo stesso cammino fatto da Mosè – nutre cento persone con pochi pani d’orzo: «Venne un individuo, che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani d’orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: “Dallo da mangiare alla gente”. Ma colui che serviva disse: “Come posso mettere questo davanti a cento persone?”. Quegli replicò: “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche”. Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore» (2Re 4,42-44).

Più di Mosè e più di Elia. Si chiarisce meglio allora anche la scena che precede il nostro racconto della condivisione dei pani: Erode si domanda chi sia Gesù, mentre alcuni dicono: «È apparso Elia» (Lc 9,8). Certo, Gesù può essere confuso con uno dei profeti dell’Antico Testamento; così di fatto accadrà di nuovo nel vangelo che leggeremo domenica prossima, quando in vario modo la gente risponderà alla domanda sull’identità di Gesù. Come Mosè, Gesù è capace di insegnare («Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio»; Lc 9,11a) e di donare la manna; come il discepolo di Elia può sfamare molte persone con pochi pani, e compiere guarigioni («Gesù prese a guarire quanti avevano bisogno di cure»; Lc 9,11b). Ma questi gesti non bastano a sciogliere l’enigma sul nazareno: e infatti Gesù non verrà riconosciuto nella sua novità se non dopo la sua morte. Se sarà compresa la sua reale personalità, sarà quando – da risorto – potrà egli stesso ricordare ai discepoli non solo di essere stato, come Mosè ed Elia, «profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (Lc 24,19), ma soprattutto Servo Sofferente (cf. Lc 24,26). Scrive un esegeta «Mosè è morto e, anche se nessuno sa dov’è la sua tomba, è stato sepolto, ma non è risuscitato dai morti. Elia è stato assunto da Dio in cielo, ma non è morto. Gesù invece sarà messo a morte e risusciterà. Compie le figure antiche, assumendole tutte in un del tutto unica. Come quella del Servo del Signore, nella quale confluiscono già, in modo profetico, tutte le figure dell’Antico Testamento» (Roland Meynet).

Una prefigurazione dell’eucaristia. Luca ci lascia un segnale molto forte nel testo, per dirci il senso dell’episodio della “moltiplicazione” dei pani, segnale dato dalla sequenza di quattro verbi al versetto 16: prese… benedisse… spezzò… diede. Gli stessi verbi (con una piccola variante, quella del verbo rendere grazie al posto di benedire) compaiono nelle parole sul pane, durante l’istituzione dell’eucaristia (Lc 22,19): «Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”». «Come gli altri evangelisti, Luca vede il miracolo della moltiplicazione dei pani proteso verso l’ultima Cena che Gesù ha consumato con i discepoli. Ma la sua versione contiene un altro elemento di anticipazione. Qui Gesù è presentato come colui che provvede al cibo per il popolo. La sua autorità di predicatore e curatore, in altre parole, è simboleggiata dal servizio a tavola. Questo è dichiarato espressamente nell’ultima Cena, quando Gesù dice ai Dodici: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (22,27)» (Johnson).

Ecco chiarito un punto cruciale: dare il pane, spezzarlo o moltiplicarlo, è relativamente semplice. Può anche essere interpretato come un gesto filantropico, ma niente di più. Accompagnare il miracolo con il dono della propria vita: questa è la novità che appare nel gesto di Gesù, ripetuto nell’ultima cena e infine compiuto sulla croce.