Commento al Vangelo della 29ma Domenica del T.O., a cura di Giulio Michelini

Peter Pietersz, La richiesta della madre dei figli di Zebedeo, 1600 ca., olio su tavola, Dunkerque, Musée des Beaux-Arts

(Mc 10,35-45) – In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il prezzo del riscatto
Il Vangelo di oggi, anziché partire da dove inizia il lezionario, dovrebbe essere compreso alla luce dei tre versetti che lo precedono, e che sono stati espunti dalla liturgia: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà”». Siamo ancora nel contesto dell’annuncio della passione, questa volta il terzo, all’interno del cammino che Gesù ha iniziato per arrivare fino a Gerusalemme.
A partire dalle parole di Gesù appena sopra riportate si comprende tutta la scena del brano odierno, che, come abbiamo già visto anche recentemente, è elaborata secondo uno schema di: a) predizione della passione; b) incomprensione dei discepoli; c) ulteriore insegnamento di Gesù sull’essere suoi discepoli. Questa volta l’incomprensione dei discepoli si manifesta a riguardo della loro carriera nel futuro regno di Dio: «In una società in cui il grado e l’onore contavano assai, i discepoli di Gesù vogliono sapere la loro posizione nella scala gerarchica (vedi 9,33-37) e il posto che potranno occupare nel regno (10,35-40). Ma le risposte che ricevono da Gesù in 9,33-37 e 10,41-45 servono solo ad evidenziare quanto grossolanamente essi lo abbiano frainteso» (J.R. Donahue – D.J. Harrington, Il Vangelo di Marco). Egli risponde infatti parlando del suo speciale servizio che porterà avanti per il bene di tutti: quello del «dare la vita in riscatto per molti» (v. 45). Su questo detto di Gesù ci soffermiamo, perché esso «offre la chiave per l’interpretazione del passo e dell’intero Vangelo di Marco» (ibid.).
Gesù parla del dono della sua vita come “riscatto” (greco: lytron). Questa parola si trova solo qui e nel parallelo del Vangelo di Matteo, che riprende da Marco: «Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Liberiamoci subito da un inconveniente. Nel linguaggio attuale, la parola “riscatto” viene spesso associata al prezzo per liberare una persona rapita e tenuta prigioniera. Possiamo partire da questo significato, ma per tornare al senso teologico di questa espressione, usato anche da Gesù per interpretare l’evento futuro della sua morte.
Per capire cosa si riteneva nell’ambiente di Gesù a proposito dell’idea di riscatto, possiamo vedere un paio di esempi tratti dall’apocrifo Quarto Libro dei Maccabei, un testo della prima metà del I secolo d.C. in cui si parla del martirio di alcuni ebrei sotto il tiranno Antioco IV Epifane (175-164 a.C.). Il primo ad essere narrato è quello del sacerdote Eleazar; questi, appena poco prima della morte, alzando gli occhi a Dio dice: «Signore, tu sai che avrei potuto essere salvo [rinnegando la mia fede], ma muoio nei tormenti per la Torah. Abbi pietà del tuo popolo, e fa che la mia condanna sia a loro giovamento. Fa che essi siano purificati mediante il mio sangue, e prendi la mia vita in riscatto per loro» (6,27-29). La stessa cosa viene detta dalla madre dei sette figli, il cui martirio è narrato invece nel libro biblico 2Mac 7, e commentato nel medesimo apocrifo affermando che «la loro vita è stata data in cambio del peccato della nazione» (17,21).
Un esempio ancora più importante si trova ovviamente nella figura del Servo sofferente di cui parla il profeta Isaia. Egli è proprio colui che si sarebbe addossato le nostre “malattie” e “infermità” (nel testo ebraico, idea ripresa anche da Mt 8,17) o, nella traduzione della LXX, dei nostri “peccati”, come troviamo – in modo analogo – anche nella Prima Lettera di Pietro: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia» (2,24). Così scriveva Isaia: «egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4-5).
I cristiani, dopo la morte di colui che ritenevano il Messia, hanno tentato in tanti modi di interpretare in senso salvifico quel tragico fatto, utilizzando, come insegna il Catechismo degli adulti della CEI, linguaggi diversi. Tra questi (sacrificio, espiazione, soddisfazione, merito), vi è proprio quello del “riscatto”; esso – continua il catechismo – «significa che l’opera della liberazione è stata onerosa per Cristo; non che egli abbia pagato il prezzo a Dio come a un creditore esoso. Anzi l’iniziativa parte proprio dall’amore di Dio ed è assolutamente gratuita, come la liberazione dall’Egitto» (254). Quel linguaggio, che anche Gesù ha usato paragonandosi al Servo sofferente, funziona ancora: esprime infatti un grande amore, quello per il quale il Padre ha mandato il Figlio, fino al punto da permettere che morisse per noi.

 

I due fratelli o la madre?

Un ultimo dettaglio. Nella versione matteana del racconto, cambia qualcosa. In Mt 20,17-28 entra in scena una donna. Anche se sembra solo un dettaglio, il racconto matteano è diverso da quello di Mc 10,35, dove si legge che si avvicinarono a Gesù, per chiedergli i primi posti, «Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo». Alcuni interpreti, come U. Luz, non danno rilievo al fatto (così anche A. Mello: «poco importa che a porgere la domanda, in Matteo, sia la loro madre»), oppure ritengono che in questo modo Matteo voglia evitare di mettere in cattiva luce gli apostoli (ma poi, di fatto, Gesù si rivolge anche ai suoi figli, e i discepoli si sdegnano con loro: cf. Mt 20,24). Altri spiegano la differenza col fatto che, da un punto di vista sociologico e culturale, nelle società patriarcali la donna poteva esercitare il potere solo attraverso l’influenza esercitata nei confronti dei figli: in tal caso, l’ambizione della madre di Giacomo e Giovanni vorrebbe raggiungere un proprio “primato”, mentre apparentemente si discute quello dei Dodici. Il dettaglio però è importante, perché questa donna nel Primo vangelo ritorna nel racconto nel contesto della crocifissione di Gesù, insieme a Maria di Magdala e Maria madre di Giacomo e Giuseppe. Nonostante questo, qualcuno ritiene che la madre dei figli di Zebedeo sia nominata semplicemente perché nota alla comunità di Matteo, mentre Salome – quella di cui parla Marco al suo posto (Mc 15,40: «Maria di Magdala, Maria, madre di Giacomo il piccolo e di Ioses, e Salome») – doveva essere sconosciuta all’evangelista. A.J. Saldarini, finalmente, propone una soluzione centrata sui contenuti dei capitoli 18–20 di Matteo. A guardar bene, questi sono un banco di prova per analizzare il modo in cui vengono viste le donne nella comunità primitiva, perché è in questi capitoli che si trova la più alta concentrazione di parole e contenuti riguardanti il “codice domestico”. Nonostante questi riferimenti, le donne compaiono in queste pagine indirettamente, e né prima né dopo nel vangelo nessuna di quelle che accompagna Gesù. Anche la madre dei figli di Zebedeo non ha un nome: è riconosciuta solo in relazione ai figli e al marito. Questa donna però svolge una funzione fondamentale. Se Matteo è a conoscenza della frase di Mc 15,40, la sostituzione di Salome con «la madre dei figli di Zebedeo» è voluta, e serve proprio per completare la definizione del suo ruolo, che prende l’avvio qui al capitolo 20. Diventa cioè un simbolo: ha seguito, con le altre donne, Gesù, fin dalla Galilea, e si appresta ora ad andare con lui a Gerusalemme. Alla sua domanda di primazia per i figli, Gesù si rivolge anche a lei, insieme ai figli, e la invita a bere il calice che lui sta per bere. Mentre però i figli non lo faranno, «lei, sorprendentemente, che aveva avanzato in modo inappropriato quella richiesta, alla fine berrà quel calice, stando al fianco di Gesù, alla sua esecuzione» (A.J. Saldarini).

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