Commento al Vangelo della 28ma Domenica del Tempo Ordinario, a cura di Giulio Michelini ofm

Pieter Aertsen (1550-1554)

(Mt 22,1-14) – In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze! Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale? Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Chiamati alla festa

In questa domenica viene proclamata la terza e ultima parabola indirizzata da Gesù ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo (cf. Mt 21,23), quella degli invitati alle nozze del principe. Per commentarla, dobbiamo necessariamente premettere alcune precisazioni di tipo linguistico.

Il verbo greco più ricorrente nel nostro brano è kaléo, “chiamare”, “invitare”. Lo troviamo subito due volte al v. 3, che alla lettera va reso in questo modo: «il re mandò i suoi servi a chiamare coloro che erano (già) stati chiamati alle nozze». Il verbo è presente anche nel v. 4: «Di nuovo mandò altri servi dicendo: “Dite ai chiamati…”». Troviamo, infine, altre due volte il verbo “chiamare” al v. 8 e al v. 9. Queste osservazioni sono importanti, se pensiamo che alla fine della parabola, al v. 14, si trova un gioco di parole proprio con il verbo chiamare: in greco, “essere chiamati” (kletòi) ed “essere eletti, scelti” (eklektòi) suonano quasi allo stesso modo.

Ancora una nota linguistica. La conclusione della parabola, «Molti sono chiamati, pochi eletti», di cui abbiamo detto ora, secondo alcuni sarebbe da tradurre tenendo conto che l’aggettivo greco “molti” sarebbe un semitismo, ovvero un termine da interpretare secondo il suo corrispettivo ebraico, e significherebbe “tutti”. L’aggettivo si trova anche in Mt 20,28, nel detto sul Figlio dell’uomo venuto per dare la vita «in riscatto per molti», e in Mt 26,28, nelle parole di Gesù sul calice, «questo è il mio sangue dell’alleanza, che sarà versato per molti», rese nella traduzione liturgica del messale proprio con “tutti”. Ma ci soffermeremo su questo, più precisamente, sotto.

Andiamo prima al significato della parabola. Partendo dalla sua conclusione, è chiaro che per Gesù molti sono chiamati al banchetto di nozze, ma pochi poi decidono di parteciparvi. Di quale banchetto si sta parlando? E se l’invito è per tutti, perché i primi ad essere invitati non ci vogliono andare? Confrontando il nostro testo con una versione diversa della parabola conservata nell’apocrifo Vangelo di Tommaso, e con quella registrata anche da Luca in 14,15-24, possiamo ritenere che il significato allegorico in essa riposto riguardi la storia della salvezza: «Il re è Dio. Il figlio è Gesù. La festa per il matrimonio rappresenta il banchetto escatologico. I servi inviati due volte, come nella parabola precedente, sono i messaggeri di Dio. L’uccisione degli inviati rappresenta il martirio dei profeti e di Gesù. E la terza missione dei servi è la missione della chiesa, nella quale bene e male si confronteranno fino alla fine dei tempi» (Davies e Allison). Questa interpretazione funziona, sopratutto se pensiamo, come visto sopra, che i verbi chiamare e scegliere (o eleggere) sono la chiave della parabola. L’idea di chiamata o elezione è infatti fortemente presente nella coscienza di Israele.

Il popolo di Israele è, per definizione, il “popolo eletto”: invitato da Dio stesso, attraverso i patriarchi, ad essere la Sua presenza visibile, esso non può però considerare l’elezione una realtà statica. Come scrive la Pontificia Commissione Biblica, l’elezione «è un dono d’amore da cui ne consegue un’esigenza corrispondente. […] Adottato dal Signore e diventato suo figlio (cf. Es 3,10; 4,22-23), Israele riceve l’ordine di vivere in fedeltà esclusiva e in totale impegno verso di lui. Pertanto, per sua stessa definizione, la nozione di alleanza si oppone alla falsa convinzione secondo la quale l’elezione d’Israele sarebbe automaticamente una garanzia della sua esistenza e della sua felicità» (Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 37). Anche se Dio non rigetta mai il suo popolo, in virtù della Sua elezione, è però il popolo stesso che può allontanarsi da Dio. Ogni volta che Israele è chiamato alla pienezza della vita, resta una libera scelta accettare o meno l’invito.

Ma che ne è di coloro che non vogliono entrare al banchetto? Nel detto con cui si chiude la parabola non si deve vedere necessariamente un’opposizione tra quelli che entrano al banchetto di nozze e quelli che non vogliono partecipare alla festa, come non vi è necessariamente opposizione tra le due parti della frase del v. 14, unite dalla particella greca de, che in Matteo indica la necessità di cambiare la prospettiva, piuttosto che un concetto avversativo. Il detto può essere interpretato anche tenendo conto che l’aggettivo “molti” (polloí), di cui si è detto sopra, allude, a nostro avviso, proprio ad Israele, il popolo dei «chiamati», che rimane tale, mentre “pochi” sono scelti per partecipare alla comunità del Messia. Tra l’altro l’aggettivo olígoi (“pochi”), sempre in questo versetto, è un semitismo che significa “meno di”, “non tutti”, e questo concorda con il fatto che l’aggettivo eklektós (“scelto”, “eletto”), nel Nuovo Testamento è usato quindici volte per connotare i credenti in Gesù Messia. La ekklēsía (“Chiesa”) è infatti la comunità degli “eletti”, di coloro che sono “chiamati fuori”.

Forse dietro questa parabola è nascosto il tema della missione ai pagani, che a un certo punto interpella i primi cristiani. Una volta che nella comunità di Matteo ci si è scontrati con l’ostilità di molti dei rabbini e dei capi religiosi, ecco che per annunciare che Gesù è il Messia, per invitare alle nozze messianiche, ci si deve rivolgere ai gentili, ai non circoncisi. Paolo è uno dei rappresentanti di questa tensione tra rifiuto di parte di Israele e annuncio ai pagani. Così scrive: «Forse (gli israeliti) inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!» (Rm 11,11-12). La fede cristiana, che poteva rimanere un fenomeno isolato all’interno del giudaismo, una delle tante sette religiose del tempo, sperimentando il rifiuto di alcuni, si è invece rivolta a tutti. È il mistero della misericordia di Dio, che non si ferma davanti a nessun ostacolo. «Non voglio che ignoriate questo mistero, fratelli, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato. […] O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,25.33).

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