La vocazione di Levi Matteo

Caravaggio, Vocazione di Levi Matteo

Gianfranco Ravasi

– Nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi si incontrano tre tele che il Caravaggio tra il 1599 e il 1602 ha dedicato all’apostolo ed evangelista Matteo. In una è al centro la sua vocazione: un Cristo illuminato dalla luce radente di una finestra punta l’indice – citazione del Creatore che sveglia alla vita Adamo nel celebre affresco michelangiolesco della Sistina – su uno stupito Matteo seduto al banco della dogana di Cafarnao. L’istante che ha radicalmente mutato la sua vita è raccontato dall’evangelista nel versetto da noi citato.
La sorpresa è, però, nei paralleli di Marco (2,14) e di Luca (5,27-28) ove il protagonista si chiama Levi (e Marco aggiunge il patronimico “figlio di Alfeo”). Come si spiega questa variante notevole, tenendo conto che nelle liste dei Dodici compare solo Matteo? Una risposta probabile è ipotizzare che egli portasse due nomi, Levi come l’omonima tribù sacerdotale ebraica, e Matteo, che significa in aramaico “dono del Signore”. Un caso analogo è quello di Giuseppe Barnaba, figura rilevante negli Atti degli Apostoli (4,36).
Anzi, lo storico giudaico Giuseppe Flavio ci riferisce che il sommo sacerdote a capo del processo del Sinedrio a Gesù si chiamava Giuseppe Caifa. La variante, quindi, attesterebbe la diversità delle fonti alla base dei Vangeli. Ma c’è un altro enigma. Matteo era un “pubblicano”, cioè un esattore del denaro “pubblico”, ossia delle tasse destinate all’impero romano, era un telónes in greco (da télos, “tassa”) detestato dagli Ebrei come collaborazionista: proprio per questo, subito dopo, i farisei accusano Gesù di una simile scelta e di avere accettato di pranzare con lui (Matteo 9,10-13). A sorpresa, però, emerge indirettamente nel testo globale del Vangelo a lui attribuito un altro profilo di Matteo.
Egli, infatti, rivela una straordinaria conoscenza delle Scritture: in quelle pagine si trovano almeno 63 citazioni bibliche e un numero rilevante di allusioni e rimandi evocativi alla legislazione giudaica e alla cultura rabbinica. Per questo si è persino pensato che alla radice del Vangelo ci fosse un altro personaggio, andando così contro una tradizione che già nel II secolo attestava la paternità matteana di questo Vangelo, fatto di 18.278 parole greche.
Tuttavia questa distinzione non sembra necessaria perché la funzione di esattore supponeva un grado di cultura qualificato che si basava su una formazione tipicamente ebraica. Potremmo un po’ liberamente affermare che Matteo Levi possedesse una sorta di “laurea” da “scriba”, che gli aveva permesso di divenire prima pubblicano di Cesare e poi apostolo ed evangelista di Cristo.

Gianfranco Ravasi (tratto da Famiglia Cristiana, 19 marzo 2014: http://www.famigliacristiana.it/blogpost/qual-era-il-nome-dellevangelista-matteo-o-levi.aspx)

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