Il Buon Pastore – Un contributo di Micaela Soranzo

catacomba di S.Domitilla (II sec.)

IL BUON PASTORE

 

Cristo stesso si definisce il Buon pastore (Gv.10,1-18) e l’immagine evangelica del Pastore richiama uno dei temi più significativi della cultura biblica ebraica. Dio stesso, infatti, nell’Antico Testamento si rivela pastore del suo popolo: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.”(Sl.23) e i profeti promettono che egli farà germogliare dal suo popolo un pastore di sua scelta, dal nome simbolico di Davide che esprime la regalità del Messia: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide-mio-servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide-mio-servo sarà principe in mezzo a loro” (Ez 34,23-24).

Quando Gesù si definisce ‘buon pastore’ rivendica, dunque, la sua identità messianica e la sua figliolanza divina e si rivela guida del popolo della Nuova Alleanza.

Davide pastore (1240) Bibbia Morgan

Lo stretto legame tra Cristo e David emerge ovunque a livello iconografico. L’immagine del profeta adolescente accanto al suo gregge annuncia quella di Cristo ‘buon pastore’. Il giovane è generalmente rappresentato imberbe, vestito di una corta tunica, con il mantello quadrato e gli stivaletti. Già nel IV sec., nelle catacombe dei S.S.Pietro e Marcellino, al centro di una volta, compare la figura di David buon pastore in piedi tra il suo gregge. Così si ritrova nel XII sec. in un bassorilievo della cattedrale di Sens o in una miniatura della Bibbia Morgan del 1240.

I Padri della Chiesa dissertano sull’allegoria cristologica del buon pastore, guida e pastore della Chiesa, che conduce il suo popolo-gregge alla salvezza. Come Origene in Oriente, anche Ireneo di Lione (fine II sec.) riprende la parabola sinottica del ‘buon pastore’ (Mt 18,12-14; Lc 15,3-7): “Il Signore è venuto a cercare la pecora che si era perduta, ed è l’uomo che si era perduto” e conclude Origene: “Per una sola piccola pecora che si era smarrita, egli è disceso sulla terra; l’ha trovata; l’ha presa sulle spalle e riportata in cielo”. 

Tratta dalle stesse parole di Cristo questa idea del Buon pastore verso la fine del II sec. ritorna correntemente in tutta la letteratura cristiana; Tertulliano ne attesta già le raffigurazioni sui vasi sacri e già nel II sec. assistiamo però a due figurazioni che esprimono concetti differenti: il Buon Pastore nell’atto di riportare nell’ovile la pecora smarrita, che è una diretta derivazione dal concetto evangelico, e il Buon Pastore nell’atto di sorvegliare il gregge, derivazione del concetto di Cristo come pastore della Chiesa.

La figura del Buon pastore è una delle immagini più antiche e più ricorrenti nell’arte protocristiana e appare soprattutto nelle catacombe. La troviamo negli affreschi, sui sarcofagi, nella decorazione delle lucerne in terracotta o nei vetri dorati (basi di coppe o bicchieri per uso liturgico), nei medaglioni e nelle gemme negli epitaffi.

Un giovane pastore avanza portando sulle spalle un agnello, oppure siede tra le pecore o sorveglia il gregge; talvolta vi è un accenno di ambientazione paesaggistica, un pascolo o un giardino che rimandano al paradiso. Non vi sono particolari elementi che connotino la scena come fatto sacro.

L’ambiguità iniziale nell’interpretazione del buon pastore va attribuita al lento formarsi del repertorio iconografico cristiano nei primi due secoli, durante i quali vengono usati forme e modelli in uso presso i pagani, scegliendo quelli che meglio si prestano ad esprimere il nuovi contenuti del cristianesimo. L’iconografia del buon pastore nasce, dunque, dalla trasposizione cristiana delle allegorie della mansuetudine e della filantropia, che erano molto diffuse nella decorazione cimiteriale. Il pastore che porta sulle sue spalle l’agnello allude alle qualità del defunto e si trova frequentemente nei sarcofagi pagani e nei dipinti parietali delle catacombe. Talvolta è seduto e sorveglia il gregge, rimandando al mito di Orfeo, che incantava gli animali con la sua lira.

statuetta (III sec.) Museo Pio Cristiano, Musei Vaticani

Sia nella pittura che nella scultura del cristianesimo delle origini, il Buon Pastore è stato presentato, secondo il modulo classico, nello splendore della giovinezza. Il capo è leggermente volto da un lato, vestito di una corta tunica che gli scende sino alle ginocchia, stretta ai fianchi da una cintura; la spalla destra completamente nuda mentre i piedi sono coperti da alti calzari. Porta a tracolla la bisaccia per le provviste e regge sulle spalle la pecora che tiene ben salda per le gambe; ai lati due agnelli alzano fiduciosi lo sguardo verso di lui.

Il simbolismo è chiaro: nella figura del Buon pastore, viene rappresentato Gesù salvatore e nella pecora si allude all’anima salvata dal Suo amore.

Una delle rappresentazioni più antiche è la lunetta nel battistero di Dura Europos (III sec.), ma l’immagine del Buon Pastore è la più rappresentata negli antichi cimiteri di Roma del sec. III sia nelle pitture che nelle lapidi sepolcrali.

Talvolta il Pastore appare isolato con la pecorella sulle spalle, ma nella maggioranza dei casi viene rappresentato insieme al gregge (le anime beate) in un giardino (il paradiso) ricco di alberi e di fiori e allietato dal canto degli uccelli come appare nel cubicolo della Velatio nella catacomba di Priscilla. Qui, infatti, l’immagine è costituita da due alberi ai lati sopra i quali sono appollaiate due colombe molto grosse che tengono nel becco dei ramoscelli di olivo. Al centro sta il pastore che ha ai piedi due pecore, mentre ne tiene un’altra sulle spalle. Quest’ultimo elemento, presente anche nel mosaico di Aquileia, è da collegare a una tipica rappresentazione greca di un mitico personaggio: Ermete crioforo (portatore di ariete) Tale epiteto definisce Ermes come colui che porta un ariete sulle spalle; infatti una delle principali funzioni di questa divinità era quella di guida del gregge. L’immagine della catacomba è simmetrica: i due alberi, le due pecore e al centro il pastore. Vi è poi un affresco del III sec. nella catacomba di Callisto, in cui l’immagine è ridotta al minimo nei dettagli, ma sono dettagli significativi: il Buon Pastore ha occhi grandi, aperti, che indicano comunione col Regno dei Cieli, mentre la natura, compromessa dal peccato di Adamo, partecipa della redenzione operata da Cristo e torna a riallacciarsi al suo Creatore.

Nei sarcofagi il Buon pastore appare solo dal III-IV sec. e si vede il defunto che si trova nel giardino paradisiaco, dove appare il buon pastore.

sarcofago degli Arieti (II-III sec.) Museo Lateranense

Sul sarcofago degli Arieti (III secolo Museo Lateranense) l’ariete sulle spalle del buon pastore è un simbolo del Cristianesimo legato all’Hermes kriophoros. Il sarcofago con il Buon Pastore (Museo Naz. Romano) si inserisce, invece, in un gruppo di opere della fine del III secolo che si caratterizzano per le rappresentazioni di carattere pastorale che alludono alla pace paradisiaca. In tal senso vanno intese le tre figure in fronte al sarcofago che sono quindi da interpretarsi come l’orante, immagine dell’anima della defunta, il Buon Pastore con l’agnello sulle spalle, come personificazione della virtù della Philantropia, e il pescatore come simbolo della redenzione dal peccato. Attorno numerosi amorini vendemmianti rappresentano le anime del Paradiso.

catacomba di S.Callisto (II sec.)

Dal complesso delle catacombe di S. Callisto al Museo Pio Cristiano la statuetta del Buon Pastore (fine del III – inizi del IV sec. d.C.,) in marmo bianco è il reperto più celebre della collezione di reperti cristiani antichi custoditi nei Musei Vaticani ed è senz’altro una delle immagini simboliche del Cristianesimo primitivo. La raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene genericamente pastorali, era assai diffusa nell’arte antica; il dio Mercurio, ma anche Ercole, conducevano le anime dei defunti nell’aldilà, caricandosele sulle spalle come appunto un pastore porta un agnello. Immagini di pastori ‘criòfori’ erano, pertanto, frequentissime nelle espressioni artistiche dell’antichità greco-romana, intese come personificazioni virtuose della bontà verso il genere umano.

mosaico pavimentale di Aquileia (IV sec.)

Sul mosaico pavimentale della Basilica paleocristiana di Aquileia (IV-V sec.) si vede un pastore che tiene nella mano destra una siringa e ha sulle spalle una pecora, mentre un’altra é ai suoi piedi. Molto interessante é la presenza della siringa, uno strumento musicale che, nella mitologia classica, era uno degli ordinari attributi di Pan, dio dei pastori e delle greggi, e di Orfeo, personaggio mitico che, con la musica della sua siringa incantava e addomesticava le bestie. La rappresentazione di tale elemento fa comprendere un aspetto importante dell’iconografia cristiana: l’attribuzione di significati nuovi ad immagini preesistenti nella cultura romano – pagana. Nel caso del Buon Pastore di Aquileia l’immagine richiama il concetto cristiano di filantropia, l’amore cioè‚ verso il prossimo e il pastore è la rappresentazione allegorica di Cristo, vestito umilmente con una tunica corta e con una pecora sulle spalle, gesto che indica l’affetto e l’amore verso le proprie pecore, ovvero verso i propri fedeli. Ciò che caratterizza questa raffigurazione è l’assoluta mancanza di sfondo.

Dopo l’ampia diffusione dell’immagine del Buon pastore nei primi secoli del cristianesimo, gli esempi diminuiscono dal medioevo in poi fino a scomparire quasi totalmente nei secoli successivi.

Nel tardo gotico l’immagine del Buon pastore è talvolta collegata a quella dell’Ecce homo: “egli ha dato la sua vita per le sue pecore fino alla morte”.

Divina Pastora

Nel barocco torna ad essere affrontato questo tema figurativo, accompagnato anche dall’immagine del Gesù bambino pastore e di Maria Divina pastora, soprattutto in Spagna.

 

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